I figli della fortuna_ di MariaGrazia Patania


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-Hai fame?

È così che comincia il mio ritorno a casa.
È così che comincia il viaggio nel dolore e nella speranza.
Samey che osserva gli abitanti di Augusta
al bar con curiosità e reticenza. Samey che mi fa un sorriso che riempie il
cielo quando mi avvicino a lui. Samey spaurito mentre entriamo al bar che mi sta
appiccicato fra gli sguardi delle persone intorno.

Un cappuccino seduto in un bar e la
sensazione che tu stia assistendo ad una prima volta.

La cosa sconvolgente è il sorriso.

Parliamo molto e gli faccio tante domande.
Chiamiamo casa e riesce a parlare con qualche membro della sua famiglia e poi
lo accompagniamo in macchina alla scuola diventata centro d’accoglienza
improvvisato.

E lui mi dice di entrare così mi fa vedere
dove vive. Il sorriso mi rassicura. Come se sperassi di trovare tante camerette
azzurre dipinte con cura invece di anonime brandine buttate a casaccio.

Arrivati al secondo piano mi indica una
brandina nel corridoio e con enorme soddisfazione mi dice “Io vivo qui”.

E qualcosa mi si rompe dentro. E non riesco
a trattenere le lacrime mentre lui mi guarda incredulo perché non capisce
perché piango.

Da quel momento non sono riuscita a stare
lontana dalla mia scuola elementare. E da loro. Dalle loro storie. Dalle loro
mani. E dal loro dolore. Che si accumula sotto la pelle e si infiltra nelle
vene esplodendo senza cause apparenti.

Non si dimenticano i loro sguardi, i loro
sorrisi, gli abbracci e la gratitudine che leggi sui loro volti per il semplice
fatto che sei lì. I loro sguardi tornano la sera quando vai a letto e il cuore
si stringe dentro una gabbia di ferro. Mentre mi chiedo chi ami questi figli della
terra. Chi consoli questi figli del dolore. A chi rivolgano le loro preghiere
quando hanno paura. Mi chiedo come possano dormire senza un abbraccio o un
bacio quando i fantasmi delle torture li afferrano dal sonno e li catapultano
nell’orrore.

E mi sento in colpa.

Sento un immenso dolore e una infinita
colpa per le loro storie. Perché la mia ricchezza è valsa la loro schiavitù.
Perché il mio benessere ha provocato dolore e violenza. E cerco un riscatto.
Cerco un sollievo. Per me e per loro.
Passo dal coraggio allo sconforto. Dalla
forza alla debolezza. Non so mai quale sia la cosa giusta da fare ma penso solo
a rendere migliore il centimetro dove vivono. Pulendo a terra, ascoltandoli e
confortandoli. Ma il conforto non esiste e suona falso, ipocrita detto da me
che torno a casa e abbraccio mio padre, mia madre e mia zia. È una beffa il
conforto di una bianca viziata dall’amore della sua famiglia.

Chi accarezza questi figli della terra. Chi
bacia i loro occhi per cancellare l’orrore.

E trovo rifugio nelle colazioni. Quel
momento così intimo di vita familiare che ho sempre amato. Quel momento fragile
in cui inizia la tua giornata circondata di amore. Quel momento che lì è a un
passo dal diventare disumano. Ma la magia arriva qui. Perché cerchiamo tutti di
rendere questo momento di file e biglietti timbrati per un pezzo di pane e un
bicchiere di latte meno tragico. Ridiamo e sorridiamo ad ognuno di loro. Un ciao
può fare meraviglie se fa sbocciare un sorriso. Un ciao diventa potente se fa
alzare degli occhi che fissavano il suolo. Un ciao può cancellare brevemente la
bruma dell’orrore e della tortura.

Ieri mi è stato chiesto cosa sia il senso
della vita e ho rifatto la domanda a cena alla mia famiglia. Risposte diverse
per persone diverse ma in fondo tutte uguali.

Per me il senso della vita è solo l’Amore.
L’Amore grande e prepotente. L’amore che rovescia i tavoli, l’Amore che salva e
sana le ferite. L’Amore per l’altro che ti apre il cuore e squarcia il costato
mentre loro ti abbracciano. La sensazione di stare facendo una cosa bella. Una
cosa bella in un mondo di cose brutte. Una cosa che può trasformare per pochi
secondi questi figli del dolore in figli della fortuna.

E l’Amore può chiamarsi Zagara e può
nascere in un posto minuscolo della Sicilia da una madre che vuol rendere
omaggio alla terra che l’ha r/accolta dopo un viaggio della speranza.

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Le voci nuove: Mario Scollo


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Mario Scollo a Destra

L’occasione di conoscere questa voce è capitata durante la mia piccola vacanza in Sicilia, nei giorni a cavallo fra novembre e dicembre, era presente alla presentazione del libro di Sebastiano Patanè Ferro a Chiaramonte Gulfi il 30 novembre scorso e mi ha così piacevolmente colpito tanto da volerlo ospitare su WSF, ascoltate e leggete Mario Scollo.

Come nasce Mario Scollo musicista? Raccontaci il tuo percorso artistico.

Musicista è una parola troppo grossa per me, una volta una persona mi disse che “L’artista finisce di essere tale nel momento in cui afferma di essere un artista”. Mi definisco più come un allietatore, come parola non mi piace affatto ma forse è l’aggettivo che più mi rappresenta. Da piccolo stavo ore e ore nella stanza di mio cugino Peppe ad ascoltarlo strimpellare, ci metteva l’anima e volevo essere come lui. Ho iniziato a suonare troppo tardi, avevo 16 anni e ormai anche Battisti da lassù si era stancato di sentirmi suonare “La canzone del sole”. Suonavo con la chitarra classica di mio cugino…se la portava in spiaggia ed era piena di sabbia, pensa solo che ogni volta che finivo di suonare dovevo passare l’aspirapolvere. La MIA prima chitarra l’ho chiamata Elisa. Ho studiato per un anno da autodidatta, successivamente ho studiato per due anni al CFM Vivaldi, succursale di Ragusa, dove ho conseguito l’attestato di chitarra elettrica di primo livello con il Mitico Maestro Ciccio Rubino. Inizialmente suonavo in chiesa tutte le domeniche, sicuramente è stata una fase fondamentale per il mio percorso musicale…non sapevo suonare bene ma era comunque un’esibizione in pubblico, poi con un gruppo di amici abbiamo fondato gli Omega, una Rock Cover Band tutt’oggi in attività anche se con qualche interruzione.
Quando presi la prima chitarra, papà mi disse che nel giro di sei mesi avrei lasciato perdere tutto…..oggi ho 6 chitarre!!!

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La musica quanto è importante per te?

Una delle cose che devo alla musica è sicuramente l’amicizia: non avete nemmeno idea di quante persone siano accomunate da questa “stella”. Molte volte, non si suona assieme ad altre persone perché le cose che vengono fuori sono oggettivamente belle, NO, si suona assieme perché c’è il piacere di farlo e basta. Magari non suono tanto come quando ero al liceo, ma sicuramente, ogni qual volta ho bisogno anche solo di suonare per 5 minuti, la chitarra si farà trovare puntualmente al suo posto.
Come tutte le arti, la musica è un bellissimo mezzo per esprimere se stessi; canzoni come “L’accademia delle Farfalle”, “La Fabbrica di Cioccolato” o “Ginevra” sono stati attimi di puro e composto sfogo emotivo. Non ho mai scritto canzoni per gli altri, magari ho voluto condividerle con alcune persone, ma non mi è mai passato per la testa di sforzarmi a fare un cd o qualche cosa del genere. La musica è emozione, per se stessi e per gli altri. Una volta, una mia amica, dopo aver ascoltato “L’accademia delle Farfalle”, mi chiamò in lacrime e mi disse che ero riuscito a farle rivivere un ricordo molto particolare, SO SODDISFAZIONI 😉

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Quanto ti senti influenzato dalla tua terra?

“La Merica” è stata la mia prima canzone: ero al secondo liceo, non ero nemmeno arrivato a fare il Barrè (per i non addetti ai lavori, è una tecnica che permette di prendere, bloccare e far suonare con un solo dito tutte e sei le corde…solitamente appena si arriva al Barrè si decide se continuare a suonare o lasciare perdere tutto) e già, appassionato dagli scritti di Maria Messina e dai racconti di Nonno Mariano, avevo messo su un pezzo che raccontava la storia di “meridionali con valige e foulard” che andavano oltre oceano per trovare fortuna. Il 3 agosto dello stesso anno lo presentammo con gli Omega come brano inedito ad un contest locale davanti a un centinaio di persone che rimasero piacevolmente sorpresi da questo simpatico gruppo alla prima uscita in pubblico.
Sono stato invitato come cantastorie al presepe vivente della mia città (a tal proposito, vorrei invitare tutti coloro che ne avessero voglia e che fossero nella possibilità geografica di farlo, a visitare il Presepe Vivente di Chiaramonte Gulfi (Rg) il 25 26 28 29 dicembre e 5 6 gennaio) e partecipato come “musicista” ad uno spettacolo per omaggiare la Sicilia e Pirandello organizzato dal Gruppo Teatrale Skiffariati di Chiaramonte Gulfi.
Da qualche mese sto invece lavorando ad un progetto interamente dedicato alla Sicilia, omaggiando Rosa Balistreri e riarrangiando totalmente pezzi della tradizione siciliana.

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Cosa vorresti per il tuo futuro?

Sicuramente la Pace nel Mondo. È una frase che fa molto audience scherzi a parte, attualmente sono a quota “meno 4 materie”, sono un laureando in Ingegneria Industriale e il mio sogno sarebbe quello di lavorare come Ingegnere nel campo ciclistico, campo per cui ho una particolare passione. Onestamente parlando, la musica mi ha dato tanto, mi emoziona, mi riesce piuttosto bene, mi piace, è un bellissimo hobby ma non voglio che vada oltre…. È già bella così e il troppo storpia; come disse un mio maestro di musica: “Nella musica o sfondi o fai la fame”

Mirco Colosi & Mario Scollo

Mirco Colosi & Mario Scollo

Chi nella musica ti è caro/a?

Non penso a nessun idolo in particolare, mi viene solo un nome: Mirco Colosi!!! Alle elementari eravamo compagni di banco, alle medie ci siamo persi ma grazie alla musica ci siamo ritrovati e abbiamo iniziato un percorso assieme che continua tutt’ora. Il suo percorso musicale è speculare all’80% al mio. Abbiamo iniziato a studiare nella stessa scuola musicale e nello stesso periodo, abbiamo comprato sempre gli strumenti musicali insieme, siamo stati i fondatori del gruppo Omega, mi è sempre stato accanto negli arrangiamenti, nell’organizzazione, nelle idee musicali ma più di ogni altra cosa come amico. Sicuramente un grande musicista. Quel che prima ho affermato torno a dire: Una delle cose che devo alla musica è sicuramente l’amicizia.

Kaos dei Fratelli Taviani. In ricordo di Franco Franchi di Cristina Capodaglio


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Il Kaso mi ha condotto un giorno al Kaos, inteso come una terra di campagna che si trova presso un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Cavusu, dagli abitanti di Girgenti (Agrigento), corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos (per dirla con le parole di Pirandello).

Un film dei Fratelli Paolo e Vittorio Taviani del 1984.
Un viaggio nella incantevole e amara terra di Sicilia.
Da sfondo le Novelle per un anno di Pirandello.
A tessere la sceneggiatura con i fratelli registi la poesia di Tonino Guerra.
Quanto avrebbe perso il nostro cinema senza il contributo della sua lirica!

Il film è un binomio fra terra e cielo.

I protagonisti vivono in simbiosi con la terra che devono abbandonare per la mancanza di lavoro (episodio L’altro Figlio). Vendono accompagnati dai loro cari che rimangono “a terra” presso una fermata (in mezzo al nulla!) di una diligenza.

Le madri e le mogli appendono i propri fazzoletti agli alberi. Agiteranno i rami per salutare i loro congiunti quando saranno lontani dalla loro vista!

La terra è motivo di disputa per i contadini che vogliono essere seppelliti vicino alle loro case e non presso il lontano cimitero del paese (episodio Requiem).

Reclameranno presso “il padrone” il loro diritto, sostando sotto la sua residenza che fa da cornice alla cattedrale (magnifica) di Ragusa.

La terra è segno di tradizione e a malincuore una giovane sposa Sidora (episodio Mal di Luna) decide di restare accanto al marito Bata, colpevole di averle nascosto prima del matrimonio di essere affetto da una strana “malattia” nelle notti di luna piena.

La terra è la “roba” (episodio La giara). L’ingordigia del padrone che acquista una grossa giara e trovandola rotta in  mezzo al piazzale della sua masseria, il mattino seguente chiamerà un esperto artigiano che possiede un mastice magico, ma che riparandola ne rimarrà chiuso dentro. E vorrà essere ripagato. Va dall’avvocato e rimane deluso.

Egregi Ciccio Ingrassia e Franco Franchi, del quale ricorre il 9 dicembre di quest’anno l’anniversario dei venti anni dalla sua scomparsa. Un genio riconosciuto solo postumo. Attore estremamente capace di interpretare il comico grottesco in un film d’autore come Kaos.

Il cielo ricorre all’inizio di un episodio mostrando il volo di un corvo che si libra nell’aria con un  campanello appeso al collo, quasi ad annunciare l’inizio di una sventura.

Il cielo è il luogo della luna.

Il cielo è lo sfondo azzurro sul quale si staglia la bianca isola della Pomice, dove si fermerà per una sosta la madre-fanciulla di Pirandello (episodio Epilogo), evocando il suo viaggio-avventura intrapreso per ricongiungersi al padre esiliato.
I ragazzi che saltano giù da una montagna di pomice, sollevano nuvole verso il cielo. Da vedere! Inebriante!

In tutto il film si avverte l’arsura della terra.
La fatica dei contadini che si spostano da un luogo all’altro a piedi, pochi hanno un cavallo.
La fierezza del popolo siciliano.

E’ un invito a vedere il film per respirare il mondo greco che traspare nell’abbigliamento, abitudini, movenze di uomini antichi, dediti alla pastorizia. Un mondo arcaico fatto di usanze decadute.

Quadri d’autore. Un film girato quasi interamente in esterna, con la maestria di due grandi artisti che provengono da un’altra epoca, con un’esperienza pluriennale alle spalle, capaci di avvicinarsi ad un cinema teatro.

di Cristina Capodaglio

“Iddu” sopra TUTTI di Cristina Capodaglio


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Strongyle o Rotonda è una delle isole Eolie più conosciute, non solo per essere stata nel 1949 la location del film di Rossellini “Terra di Dio”, bensì per essere dominata dal suo vulcano.

Stromboli, o come lo chiamano gli isolani, Iddu, conferisce al luogo un fascino unico che non lascia indifferenti i numerosi turisti che popolano l’isola nei mesi estivi.

L’attività eruttiva del vulcano continua sino ad oggi e tale aspetto lo rende il “padrone” assoluto dell’isola.  Iddu regola la vita dei suoi abitanti, ritenuti soltanto suoi ospiti. Egli decide le attività sull’isola, soprattutto basate sul vento, il vero protagonista di questo territorio. Omero riteneva che Stromboli fosse il luogo dove risiedesse il dio Eolo e ancora oggi i pescatori guardano la direzione dei fumi uscenti dal cratere del vulcano per orientarsi nella pesca.

Il fatto di essere così in vita Iddu contribuisce non poco a dare un continuo impulso al turismo che sprezzante del pericolo ama avventurarsi con le guide per “vederlo” da vicino.

Stromboli impersonifica alla perfezione l’Inferno dantesco, un luogo ideale dove girare un film fantastico, ove perdersi con l’immaginazione o la fantasia.

Vivere su una isola non è facile comunque. Qui i rifornimenti arrivano due volte a settimana, condizioni del mare permettendo e soltanto gli uomini e le donne temerarie che nascono sull’isola sono in grado di sottomettersi alle sue leggi. Tuttavia non ci sono solamente gli aspetti negativi. I vantaggi sono quelli di vivere a contatto con la natura, senza preoccuparsi degli usi e consuetudini ai quali si devono sottoporre gli abitanti di una città. I ragazzi possono girare scalzi per strada e sentirsi liberi. Iniziano a confrontarsi con la vita a contatto con la natura, a differenza dei loro coetanei e formano delle bande, scelgono una delle grotte naturali dove allocare il loro quartier generale, costruiscono capanne-rifugio e si fanno continui agguati, uno stupendo gioco di crescita.

I più temerari si avventurano, accompagnati dai padri, fin sulla cima del vulcano e imparano a conoscerlo, ad osservare i vari crateri che si modificano continuamente, ad amarlo. La nostalgia dei loro racconti testimonia la loro mancata intenzione di andarsene dall’isola. Amano talmente la loro libertà (invidiabile!) che non riuscirebbero mai (o quasi!) ad abituarsi a vivere in una città.

Tuttavia il pericolo di doversi allontanare esiste, in quanto per poter continuare gli studi devono scegliere una città del Continente e se proprio decidessero di tornare a Stromboli dovrebbero “accontentarsi” di occuparsi di pesca, edilizia o del turismo naturalmente.

Il fascino dell’isola consiste proprio in questa forza contraria degli eventi che tende a tenere le lancette del tempo-secolo indietro, che evita la contaminazione devastante e totalitaria del progresso, nonostante gli abitanti dell’isola sanno tutto ciò che succede nel mondo “fuori”.

La storia di Stromboli è sempre stata legata al mare, al commercio, tanto che nel passato chiunque navigasse il Tirreno non poteva evitare di fermarsi presso l’isola  e le continue esplosione del vulcano costituivano un faro per i marinai.

A tale proposito un evento eccezionale e spaventoso è accaduto il 20 ottobre 2002, quando Iddu iniziò una eruzione che provocò una piccola colata lavica e una pioggia di lapilli e il 30 dicembre la continua attività esplosiva culminò nel crollo in mare del costone del cratere sul lato nord dell’isola. Quattro milioni di metri cubi di materiale finirono in mare causando un piccolo tsunami, con la formazione di onde di grandi dimensioni. Avvenne un maremoto che in meno di un’ora arrivò a Milazzo e a Ustica, dopo aver investito i porti di Panarea e Salina. Il bilancio fu di sei feriti, danni enormi alle abitazioni e alle barche, evitando il peggio data la mancanza di turisti nella stagione invernale.

Ma dopotutto non avete voglia di partire e andare a conoscere Iddu (?) Secondo me il gioco vale l’avventura, anzi il vulcano.. o un’ eruzione dal vivo… o decidere di diventare un selvaggio isolano!

di Cristina Capodaglio

In memoria di Andrea Di Marco – di Artribune


Di Andrea Di Marco ho amato tutto, subito. Un amore che è stato intesa immediata e che negli anni è cresciuto, diventando legame. Un amore di fratelli, di compagni d’avventura, autentico, tenero, intellettuale. Parlavamo moltissimo, io e Andrea. Quasi a fingere di scrivere pagine di letteratura, tra il suo studio polveroso, i soliti locali della Vucciria, le serate chiassose tra i musei e le gallerie, e quei nostri vagabondaggi inquieti, biografici quanto mentali. Parlavamo d’arte, soprattutto. Ed era passione, che bruciava tra le pupille e il petto, tra un whisky e una telefonata, tra catene di sogni sempre nuovi e quel retrogusto un filo bohémien, che non ci piaceva ma che ci abitava, nel profumo mortale di questa città, nell’odore salato dei venti d’agosto e in quello umidissimo di inverni africani, saturi di pigrizia e di pioggia.
Questo era Andrea, questa ero io, questa era la terra in cui volevamo restare, ossessionati dal senso di un’appartenenza di cui cercavamo il perché, come segugi fieramente randagi. Non andare via dalla Sicilia, da Palermo: un imperativo categorico, un amplesso mai concluso, una geografia religiosa scritta con la dedizione dell’esploratore. Noi volevamo capire: essere cosa, essere chi, essere figli prima che padri, essere nella morte e nell’amore, cultori di mitologie infuocate ed eredi di tradizioni infiacchite. E di tutto questo farne le spese, con l’infelicità e la gioia, con la precarietà e la concentrazione, col desiderio e l’abbandono. Stare in un luogo per diventare luogo, noi stessi. Umani troppo umani, fatalmente.

Andrea è morto la notte del 1 novembre. Aveva 42 anni ma sembrava un ragazzino. Sono arrivata in quella casa, alle 3 di quella notte maledetta, che lui era già spirato, da un paio d’ore almeno. Un viaggio in macchina, ipnotico e furioso, come se stessi sfrecciando contromano nel mezzo di un sogno: correre forte per arrivare al risveglio. Ma risveglio non fu. Andrea era morto davvero.
Lo abbiamo vegliato fino alla sera successiva, senza fermare le lacrime, quasi che il buio ci fosse franato addosso. La piccola famiglia dell’arte si vestiva a lutto. Colpita al cuore, privata di un fratello, come nel più atroce dei film.
E in quella notte sbiadita, che aveva l’aura di una pellicola tragicamente surreale, io mi spostavo dal letto di Andrea al divano in soggiorno, facendo esercizi di coscienza ed attenzione: non scambiare l’incubo con la verità, non arrendersi alla stretta del sogno, distinguere la realtà dall’immaginazione. La vista del cadavere serviva a poco. Quello non era Andrea, quella non ero io.
E nel tumulto di sensazioni opache, nel vivo di un dolore che prendeva lo stomaco, facendosi beffa della ragione, continuavo a  vedere scorrere – dall’occhio destro a quello sinistro, come in un lungo piano sequenza – tutta la pittura di Andrea. I suoi quadri sono stati, assieme alla sua faccia pallida e fredda, la mia ossessione notturna, il mio inferno sbagliato. Li vedevo tutti, alcuni in particolare, mi passavano davanti come se fossi io sul punto di morire; e anziché ricordarmi in un flash della mia vita, mi ricordavo di lei, della pittura di Andrea. Lui moriva in me, mentre io resistevo in lui, scambiandoci i tempi ed i ruoli, in una danza luttuosa. Passaggi di immagini: tra me, in piedi e con la testa troppo calda, e lui, disteso, ormai abituatosi al gelo.
Io e Andrea ci siamo parlati quella notte. E se non è stato un fatto di anime e di resurrezione, è stato un fatto di pittura. Che poi, in fondo, è un po’ la stessa cosa.

Andrea Di Marco è un pittore con una cifra personalissima, inconfondibile. È uno che non ha avuto paura di mandare a quel paese le mode, i cliché, le regole e i rituali compiacenti del sistema. Non si poneva nemmeno il problema. Studiare, mettersi in gioco, forzare il limite della propria pittura, sempre; ma solo per raggiungere un presente che fosse contemporaneo davvero. Ché la parola  “contemporaneo”, per uno come Andrea, significava l’esatto contrario della parola “trendy”. Siamo davvero contemporanei? Ce lo siamo chiesto tante volte: io come lui, Francesco de Grandi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan, i ragazzi di quella “Scuola di Palermo”, battezzati dal “blues” di una prima collettiva importante, ai Cantieri Culturali alla Zisa, undici anni fa.
Bazan, per esempio, chiamò la sua recente mostra alla Gam “Moderna” e volle un catalogo tutto in bianco e nero. Nostalgico? No, ironico. Come sempre. Siamo tutti moderni, fuori dal postmoderno per non esserci mai entrati davvero. Un discorso delicato. Che forse si riassume così: non esiste attualità senza autenticità, non esiste libertà senza identità, non c’è presente senza radici. Nessuna rivolta senza il gusto della storia.
Andrea Di Marco, affezionato al colorismo ottocentesco del maestro Francesco Lojacono, mi ha spesso riportato alla mente anche Giorgio Morandi. Quei barattoli e quelle bottiglie, categoricamente contemporanei, annegavano nel silenzio lattiginoso di una tradizione nobile, docilmente aperta al mutare dei tempi. Niente chiasso, niente clamore, niente mode né proclami. Nel rigore di uno studiolo, in una quieta Bologna mai tradita, quell’uomo scriveva una pagina di storia della pittura italiana. Senza emuli, senza doppioni, senza mercanti né padroni.

Andrea era così. Uguale. Nel suo studio di via Gemmellaro, diviso con l’amico fraterno Francesco, coltivava il suo sogno discreto, tanto febbrile quanto sobrio.  Essere un pittore, italiano e siciliano, semplicemente figurativo. Essere pittore della crisi, in un tempo di macerie e disorientamenti, con la voglia di contrapporre all’iconoclastia del concetto e al fantasma della cosa, la certezza di una tradizione, l’approdo di un’immagine concreta. Il punto? Creare un aggancio solido al mondo, senza che fosse verismo, realismo, lettura sociale; una meditazione incompiuta che lasciasse avanzare, lungo i contorni di luoghi ed oggetti, quel senso profondo dell’essere uomini, comuni e mortali.
Immaginarsi, allora, come una comunità che viene, mai trascendente, mai assoluta, offerta alle molte latitudini e alla storia. Eppure armonica, coesa.
Nel movimento luminoso e denso del colore si compiva un percorso accidentato, fatto di ancoraggi ed aperture, di mutazioni e resistenze, di contaminazioni e identità, di giovani macerie e orizzonti perenni. Incastri, tra la salvezza e il destino.
Questa era la vita, per Andrea. E questa è oggi la sua pittura: tattile, corposa, lucida. Un mucchio di oggetti muti, messi in parentesi, fermi, senza presente né futuro, senza funzione né voce, derubati di ogni presenza umana e di ogni narrazione: barche capovolte e dormienti, stazioni di rifornimento abbandonate, statue equestri nel trionfo di piazze nordiche, camion solitari, saracinesche chiuse, tendoni di strada calati come drappi preziosi, giostre immobili che non girano più, sedie austere e sbilenche su cui nessuno si è seduto mai e mai si siederà.
Pretesti. Utili a rintracciare lo schema invisibile del creato, ipotizzando il suo passaggio in visione.

Quello di Andrea Di Marco è un catalogo visivo sospeso tra antropologia e spiritualità, tra logica e sentimento, nel tentativo di intravedere, sotto le pelle del mondo, sentieri che unissero prosa, poesia e concetto. Geometrie dello spirito, forme esatte scolpite nella materia povera del mondo e tramutate, sottovoce, in icona.
Di quel sabato mattina, di fronte alla chiesetta di Santa Susanna, ricorderò soprattutto il sole. Un sole d’autunno, nel mese dei morti e dei santi, a investire la folla assiepata, in attesa del definitivo commiato. Il cielo era sgombro, di un azzurro insolente; e il sole caldissimo, fuori stagione. Un mattino allegro, come allegro sempre era Andrea.
E così mi ricorderò di lui, cercandolo ancora dove il sole si farà sfacciato, nei mattini a venire e in quelli da desiderare; cercandolo nei vicoli e nelle luci gialle, di una Palermo che odora di morte, di sale e di rose. E cercherò quell’eco squillante di risata, nel baccano del centro storico, nelle discussioni accese degli amici, negli opening affollati, nei vecchi palazzi coi soffitti affrescati, tra le periferie pallide e le distese di sabbia, tra i cani sgualciti e sporchi, come vecchie camicie stese al puzzo di “stigghiole”, tra le scie di gelsomino, a decorare primavere umide e sensuali.
E di nuovo lo cercherò, nelle chiacchiere spese sui marciapiedi o negli appartamenti, dove si parlerà di arte e poi di arte ancora, di politica e di sogni stanchi, di sfide e di rivolte, della nostra guerra da perdenti con in testa l’utopia della vittoria. Quando forse i vincenti eravamo noi, che puntavamo a un’imprecisata felicità, con tutta quell’umanità debordante, lieve come striature di scirocco, greve come il vulcano, impetuosa come un pezzetto di mare infranto sugli scogli, in autunno. Lo stesso autunno che ti baciò, che ti addormentò, che ti rubò e che ci condannò, tutti, alla solitudine.

Tutti quanti noi, combattenti a intermittenza, senza ambizioni a parte l’amore, senza corse fasulle, senza carriere alla porta, senza brame di trofei. Spesso in trincea, affamati e discreti, con la nostra preghiera da scandire: lavorare per scoperchiare un pezzetto d’infinito, per prenderci uno sputo di verità, per avvicinarci alla bellezza e al cielo. Noi, che resteremo dove tu eri voluto rimanere. A dedicarti nuovi fallimenti e conquiste sincere, a raccontare di te, a renderti omaggio.
E non saremo soli, Andrea, nemmeno in questo gelo finale. La luce è la stessa che avevi immaginato tu: tersa, viva, celeste, mediterranea, luce di contrasti e di vette gioiose. Luce alta, a vegliare su di noi pure quando sarà sera. Luce di lavoro, di alba e di pittura. E così, nei tuoi neri barocchi, nei tuoi bianchi di neve, nei blu purissimi, nei rosa cipriati e a volte squillanti, negli azzurri di polvere e pioggia, nei grigi di fango e di nebbia, nei gialli di grano e d’aurora, nei marroni mesti come vecchi cappotti, nei bruni screziati di porpora, come foglie morenti: qui ti cercherò e ti celebrerò, qui troverò il timbro e la voce per dire chi sei. E per farti indimenticabile stella, nei cieli del ricordo e della letteratura.

articolo di Helga Marsala

(già apparso su Artribune: http://www.artribune.co)

CONFINI- IL DOVE DELLA POESIA ITALIANA. Laura La Sala


(IL DOVE DI)

LAURA LA SALA

VERMI PINZANTI! 

Sugnu disillusa, forsi cunfusa,
amariggiàta di l’ipocrisia ca c’è ngiru
di , cu si senti onnipotenti
cridènnu, ca  ci spetta tuttu
o si pigghia lu lussu, di giudicàri
o mettiri parola su ogni cosa
Senza taliàrisi;
Nun cànuscènnu li sò difetti
Semu tutti imperfetti!
Na mànna di pecuri,
Ca persiru la via di ritornu
Semu tutti pronti a giudicàri
Comu si nun ci fussi un Diu
A pigghiari li retini, e rìmannarìcci
A lu giudiziu Universali!
Semu, un formicaiu ,cunfusu…
Ma chi dicu: Iddi;
sunnu travagghiatura
Nuàtri  essiri viventi
Semu: vermi pinzanti!
Nta sta terra di giudici e giudicanti
Ca scanciànu ,fischi pi fiàschi
E nni mbriacàmu di nuatri stessi.

(Vermi pensanti

Sono disillusa/Forse confusa,amareggiata/Dell’ipocrisia che c’è in giro/Di chi si sente onnipotente/

Credendo che tutto gli è dovuto/O prendersi il lusso di poter giudicare/O mettere parola su ogni cosa/

senza guardarsi mai dentro/Non riconoscono i loro difetti:/siamo tutti degli imperfetti./

Un gregge di pecore smarriti/Che hanno perso la via del ritorno/Siamo tutti pronti a giudicare come se/

non ci fosse un dio a prendere le redini/e spedirci all’era del giudizio universale/

Siamo uno sciame di formiche/Ma che dico: loro sono laboriose:/Siamo vermi pensanti!/

In questa terra di giudici e giudicanti/Oltre che delle inguaribili ignoranti/Che cambiano fischi per fiaschi/

E ci ubriachiamo solo di noi stessi)

SPARTISSI LU ME CORPU

Spartissi lu me corpu
n’quattru pezza:
pi dari all’atri ca, nun  hannu ciatu
lu privilegiu di campari ancora
e  godìri la vita chiù filici
Dassi  lu cori, a un marinaru
Ca spazia navigannu tra
l’azzuru,mari e celu
E porta li so sogni tra lu ventu
L’occhi, li dassi: a cu nun vidi nenti
E, canuscissi tutti li culura di sta terra
Giujri quannu spunta un ciuri
Vidiri l’acidduzzi vulàri
Li ammi , a un’omu sportivu; ca nni fù privu
Pi currìri sempri e quannu voli
Scupriri terra ,munti e mari
Mentri lu so cori fa parpitàri
E duna adrinalina
Li vrazza: ci li mittissi a un picciriddu:
ca li persi ,pi na bumma n’guerra
p’abbrazzari a cu ci duna amuri
pi ghiùnciri li manu e prijari
ca, nta stu munnu,
nun finissi mai la paci
Sulu accussì:
Mi sintissi, puru all’atru munnu
Libira e felici

( vorrei dividere il mio corpo / in quattro pezzi/ per dare a gli altri/ che non hanno fiato/ il privilegio/ di vivere ancora/ e godersi la vita più felice/ Il cuore ,lo darei a un marinaio/ che spazia navigando tra cielo e mare/ e i suoi sogni / li trasporta il vento/

Gli occhi: li darei a chi non vede/ per scoprire tutti i colori della terra/ quando spunta un fiore/ o vola un uccello/ Le gambe,li metterei a un uomo sportivo; che ne fu privo/ per correre / sempre e quando vuole lui/ attraversando mari e monti/ e il suo cuore palpitare/ così avrà più adrenalina/

Le braccia,li metterei a un bambino che li ha persi /per una bomba dove c’è guerra/ per abbracciare chi gli dà amore/ giungere le mani e pregare/ che in questo mondo non finisse mai la pace/ soltanto così/ anche all’altro mondo/ mi sentirei felice)

 

Ritorniamo nei confini della lingua di Trinacria, con la poetessa Laura La Sala. Palermitana, ama raccontare di sè che ha vissuto come un personaggio di Dickens solo che alle nebbie di Londra veniva il sole siciliano. E’ un’autrice autodidatta, scrive di lei il poeta suo concittadino Salvatore Di Marco ” nata e cresciuta nel segno delle condizioni umili, le sono mancati gli studi regolari fin da bambina, si è perciò data da sé negli anni e con un continuo impegno, buona cultura e conoscenza da autodidatta. Entrata così nella stagione della propria maturità umana ed intellettuale, ha trovato nella scrittura, anzi nella pratica della scrittura letteraria l’occasione più adatta per esprimere tutto ciò che le voci più profonde del cuore le dettavano”. Riportiamo una delle sue poesie preferite, legate ad un episodio della sua vita che racconta  a WSF. “Un giorno come tanti, i miei nipotini  litigavano per un giocattolo. E io indispettita da tanto chiasso,  dissi loro che da bambina non avevo mai avuto un vero giocattolo. E loro ai tempi in cui viviamo ne hanno da buttare e non sono mai contenti. Con questa frase attirai l’attenzione di una dei miei nipoti che allora aveva sette anni. Mi disse che desiderava conoscere la mia storia fin da bambina e io con molta semplicità le raccontai che ero rimasta orfana all’età di 12 anni, rimasta sola con quattro dei miei cinque fratelli, facevo loro da capo famiglia e ho imparato molto presto a fare le faccende di casa, perciò  il tempo  di giocare e di sognare non mi appartenevano e nemmeno un giocattolo. Era solo con la fantasia che costruivo la mia bambola di pezza. La bambina era rimasta molto colpita della mia storia. Per farla breve un giorno l’ho vista arrivare con un pacchetto,dicendomi che aveva un regalo per me. Rimasi impressionata:  non era  il mio compleanno. Aprendo quel pacchetto vidi una a bambolina di quelle che fin da bambina avevo sempre sognato: e da li si sono sciolte  le mie lacrime accumulate per ben 58 anni di sofferenze . Anche gioie non si può negare, perche nel frattempo avevo avuto un matrimonio e tre figli stupendi, ma la mia infanzia mi aveva segnato e tanto. Così nell’amaro delle lacrime che finalmente scorrevano, ho incominciato a scrivere la mia storia personale , una Pandora che ha ritappato il vaso. Il mio vaso. E da quel momento ho capito che per me  la vita era appena ri-cominciata”

BAMBOLINA DI PEZZA

Pigghiavi na pezza di tanti ritagghi di tanti culura,
facia na forma di pupidda:
Facia lu corpu, li vrazza ,
li manu, la facci l’occhi,la vucca
e pirsinu li capiddi
Ma sugnavu sempri na vera bambolina
chidda ca si vidi dintra la vitrina
Ma nuddu mi la putÏa rial‡ri
E quannu avia persu la spiranza,
vinni na picciridda…me niputi,
ca pi sintimenti Ë la prima, mi dissi,
chista Ë la bambolina chi tantu addisi‡vi…
du lacrimi mi scinneru silinziusi
PicchÏ na picciridda avia caputu
Chiddu chi nun avianu fattu mai,li granni.

O preso stoffa/ di tanti ritagli e tanti colori/ facevo una forma di bambolina/ facevo il corpo/ le braccia, le mani/ gli occhi ,la bocca/ e  i capelli/
Ma sognavo una vera bambolina/ quella che si vide / dietro una vetrina/ Nessuno me la poteva regalare/ e quando avevo perso la speranza, viene una bambina, mia nipote/che per sentimenti è la prima/mi disse tieni: questa è la bambolina che desideravi/…Due lacrime scesero silenziose/ perchè, una bambina/ aveva capito/ quello che non aveva fatto mai/ i grandi.

23.05.2012 – Vent’anni


Un boato e l’autrostrada che collega Punta Raisi a Palermo si spacca in due lasciando uno squarcio nella terra e nella memoria.
Un boato.
Un giudice che non voleva diventare eroe, ma voleva dare solo la libertà ad una terra che di libero non aveva nulla.
Vite spezzate.

” Si muore generalmente perché si è soli o perché
si è entrati in un gioco troppo grande.

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze,
perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato
non è riuscito a proteggere.”

Giovanni Falcone

23 maggio 1992 – 23 maggio 2012

Giovanni Falcone
Francesca Morvillo
Vito Schifani
Rocco Dicillo
Antonio Montinaro