IBLIS (secondo la realtà) di Enrico Khu Manzo


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Sono le tre, la notte è fresca, la finestra della stanza è aperta. Il buio invade tutto, le luci del vicoletto non arrivano ad illuminare niente, sono ingoiato dal niente. Mi sento niente. Sono solamente consapevolezza. E’ in questi momenti che ricordo, quando la mente è così vuota che fa eco qualsiasi cosa vi entri.
Sento l’abbaiare di un cane. Ricordo i tuoi cani, non so per quante notti abbaiavano senza sosta mentre mi dormivi accanto, li sentivo correre dal balcone al giardino, dal cancello alle scalette di entrata. Rivedo il loro pelo nero, e le loro forme mastodontiche. Li accarezzo col pensiero… e riprendo sonno, o forse no.

C’è qualcuno nella stanza.
Sento la presenza di qualcuno nella stanza. La porta è chiusa, ma vedo un’ombra ferma tra la finestra e il letto. Sobbalzo. Mi volto dall’altro lato, ma avere le spalle scoperte non giova a calmarmi. Non voglio scappare sotto le coperte, fa troppo caldo. Allora mi faccio coraggio: mi volto di botto e fisso verso l’ombra.
Si sposta verso il letto e si siede. Sento il peso di un corpo, che piega le coperte e fa suonare, con un sinistro carillon, il materasso.
“E’ successo qui dentro vero?” la voce sembra venire dalla parete dietro di me, dalla mia testa, da fuori la finestra aperta, o dalla cucina. Priva di eco, ma non era minacciosa. Una voce curiosa ma sicura della risposta. Rispondo: “Si.”
“Perché? Perché hai pensato di farlo?” l’ombra restava ferma e appannata davanti ai miei occhi, senza muoversi. Sembrava che tutto il buio della stanza fosse concentrato in un unico punto e formasse quello che io vedevo come una persona, ma non ne ero così sicuro.
“L’amavo, l’ho fatto per amore!” l’unica risposta banale che sapevo dare in quel momento.

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“Il buio che rivela” di Tina Pernice


Caravaggio_-_Il_riposo_durante_la_fuga_in_Egitto

Nato in un freddo giorno, un giorno di Settembre del 1500, nato a Milano, bambino assai prodigio, bambino scalmanato. E se lo portò appresso quel ciglio molto superbo, quel velo avvelenato, quel tocco un po’ violento, quel desiderio andato. Non potrò mai conoscerlo, eppure così vicino, con quei suoi insegnamenti, quei forti accenti e limpidi disegni. Aveva due fratelli, aveva anche una sorella, un padre andato con la peste, una madre assai bella. Di gran prodigio sai, fu mandato a bottega, a imparare un mestiere a imparare l’arte vera. Il suo maestro era, amico di Tiziano, un gran pittore sai dell’epoca infinita. In quattro anni come apprendista pittore, imparò ad usare il pennello, imparò ad usar il colore, con accenti e guizzi di delicato pudore. Imparò a copiare la scuola veneziana, di Giorgione , Tiziano e Veneziano, a notare la pittura lombarda di Foppa e Bergognone, di Savoldo e Romanino. Del colore visto, della luce notata, ne fece insegnamento, tanto da diventare poi maestro d’ingegno, maestro grande, maestro potente. Eppure potente non fu in vita mai, eppure la sua arte fu riconosciuta dopo. Con la morte della madre, si trasferì a Roma, o forse perché violento, scappò da altra gente. L’arrivo a Roma fu semplice e non datato, però lo si suppone da certe sue amicizie altolocate. Ospite da monsignor insalata, e poi da un cardinale, che passione aveva per le sue opere immortali, per la sua pittura pulita, per la sua santa eloquenza a parlare con le opere, a parlar con i santi. E proprio in questo periodo compose un’opera complessa, un riposarsi in Egitto che poi Egitto non pareva. Sembravano persone, pie sicuramente, ma uomo e anche donna, bimbo, angelo e animali, di foggia assai normali. Mostravano nel volto la pace interiore, la forza e la dolcezza, ma anche la spossatezza. La donna assai materna, l’uomo coi piedi stanchi, l’angelo assai strano con ali un po’ diverse dai soliti colori, dalle solite fattezze. Continua a leggere

Una sfilata di “Regine… della scienza”, recensione al libro di Serena Manfrè


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Sebbene il passaggio di ogni donna lasci un segno indelebile nel cuore di ogni uomo… ci sono alcune donne che con i propri passi riescono ad incidere e segnare la storia di tutti gli Uomini. A cinque di queste donne è dedicato il libro di Serena Manfrè intitolato “Regine della Scienza”.
Il testo pubblicato dai tipi dell’Editoriale Anicia nel settembre 2013 è rivolto ad un pubblico giovane, questo soprattutto grazie alle magnifiche illustrazioni di Amalia Caratozzolo. Scorrendo però le pagine una dopo l’altra ci rendiamo conto che il libro può rivolgersi un po’ a tutti: grandi e piccini, maschietti e femminucce.

Infatti la prosa semplice e scorrevole, e, in prima persona, permette a chiunque di immedesimarsi nella vita delle nostre cinque eroine.
Seppur vero che alle ragazze può donare una consapevolezza del proprio potenziale di donna rifacendosi a quelle orme… è pur vero che ogni maschietto amplierà il proprio rispetto nei confronti delle donne, ma ancor di più, nei confronti dell’umanità.
Il “Cocktail delle grandi soddisfazioni” citato nel libro riporta:

200 gr. di pazienza
1 cucchiaio di coraggio
500 gr. di volontà
1 pizzico di fortuna

Credo che pochi avranno da ridire sul fatto che questa formula accomuna un po’ tutte le donne qui selezionate.
Ma chi sono queste donne?

Prima fra tutte Rita Levi Montalcini, la parte a lei dedicata si concentra soprattutto sulle sue scoperte e sulle circostanze che gliel’hanno consentito. Viene subito seguita da Maria Montessori che racconta della sua storia da innovatrice del campo “scolastico” e della sua esperienza da madre. C’è poi la storia di Caroline Herschel, particolarmente toccante e commovente soprattutto per l’epoca a cui ci rivolgiamo; e quella di Suor Celeste, figlia di Galileo e profondo supporto per quest’ultimo.
Per concludere c’è il racconto dedicato a Ipazia d’Alessandria, che fu sicuramente una donna ispiratrice per molte di quelle che l’hanno seguita (e nel testo preceduta).

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Un viaggio all’indietro che ci permette di ripercorrere, in senso cronologicamente invertito, il nostro presente. Un elemento molto importante nelle prime due letture è l’inserimento dell’avvento della Seconda Guerra Mondiale e di come influì negativamente, anche a causa di Benito Mussolini, sulle due ricercatrici.

La grafica vivace di Amalia Caratozzolo rende questo tuffo nei secoli un’affascinante esperienza di leggerezza, facilitando indubbiamente lo scorrere del testo.
Il segreto di questo libro è la ricchezza di immagini e la sicurezza di una prosa semplice e diretta. Le immagini influiranno sul giovane rendendo la lettura più “colorata”, mentre il testo lo scuoterà “costringendolo” a tenere l’attenzione.

Questo è un testo che ci sentiamo di consigliare a tutti indistintamente, con la speranza che il ricordo di queste grandi donne non passi mai in secondo piano.

BIOGRAFIE TRATTE DAL TESTO

SerenaSerena Manfrè è nata a Messina nel 1971 sotto il segno dell’Ariete. È stata una bambina molto vivace e super responsabile, brava a scuola e disciplinata nello studio della danza classica. Da piccola sognava infatti di fare la ballerina, ma per fortuna durante l’adolescenza le sue varie inclinazioni sono venute fuori spingendola a dedicarsi alla scrittura. Si è laureata quindi in Lettere Moderne e ha fatto la giornalista per dodici anni. Fino al 2003 ho lavorato tra Roma e la Sicilia. Poi è andata a vivere nel paese dei tori, la Spagna, dove ha continuato a collaborare con alcune riviste e dove insegna Italiano. Fa inoltre la traduttrice e si dedica pure a scrivere romanzi, racconti e monologhi per il teatro. Vive in una casetta sulle rive del fiume Duero, è sposata con un chitarrista con la barba e ha due simpatici cagnolini di sei chili ciascuno: Tigre e Pablito.
Sito personale: http://www.serenamanfre.it

AmaliaAmalia Caratozzolo è un’illustratrice freelance nata a Messina nel 1983. Da piccola era una vera peste, si calmava solo quando prendeva in mano matite, colori a cera e pennelli. Disegnava e dipingeva su qualsiasi superficie avesse a portata di mano, compreso il faccino della sorella minore.
Così, nel 2001, la famiglia la spedì con posta prioritaria a Roma. E lì, la peste di cui sopra, si è diplomata prima in Fumetto e poi in Illustrazione. Da allora ha collaborato, come illustratrice e grafica, con varie case editrici e ha fondato insieme ad alcune colleghe lo studio creativo Arturo. Dal 2010 lavora come docente di Incisione all’Istituto Europeo di Design e dal 2013 collabora con il Corriere della Sera.
Adora la stampa artigianale, le barbie e i film dell’orrore.
Sito personale: http://www.amaliac.com

LINK
http://www.edizionianicia.it

Un Museo pieno di Bottoni – intervista a Giorgio Gallavotti


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Bottoni giapponesi del 1600 il primo in. ebano, avorio, strati di madreperla e corniola lavorata a buccia d’ arancia il secondo avorio con strati di madrepera

Facciamo quotidianamente uso del bottone per mantenere insieme i lembi delle nostre camicie o dei nostri cappotti. Ma sicuramente sono pochi quelli che si sono incuriositi dell’evoluzione del bottone attraverso i secoli. Tra questi vi è Giorgio Gallavotti. Nel 1991 espone per la prima volta la collezione di bottoni che aveva cucito prendendoli dal vecchio magazzino del padre.

Dopo diverse mostre private, anche fuori comune, e una voluta dalla amministrazione comunale nel 2001. Il Museo del bottone ha aperto privatamente il 10-05-2008. La collezione conta ora 12.000 bottoni.

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Bottone che raffigura Maria Antonietta

Com’è nata la sua passione?
Io e mio padre abbiamo venduto bottoni per tutto il 1900 in un’importante merceria a Santarcangelo.
Lui nel 1920 ha rilevato un vecchio magazzino chiuso da vent’anni ove vi erano bottoni in stile liberty di fine ‘800 e dei primi del ‘900, il negozio, poi, è stato chiuso nel 2002.
Naturalmente ho giocato coi bottoni sin da bambino. Nel 1980 ho iniziato a creare il Museo del Bottone.

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Un’ala del museo

Ha da subito ottenuto un riscontro eccezionale con la sua raccolta, sin dal 1991 la prima mostra. Questo l’ha portata poi ad esporre in modo permanente la sua collezione dal 2008 nel comune di Santarcangelo di Romagna. Come mai crede che la mostra abbia attirato così tanti visitatori?
Ho capito che il bottone, non serviva solo per unire due lembi di stoffa o ad ostentare la moda, ma che vi erano dieci modi di lettura: ostentazione, comunicazione, seduzione, provocazione, con le figure erotiche, del gossip, del contrabbandiere, da lutto, di superstizione e in fine il bottone psicologico e virtuale dei rapporti fra uomini e donne. Il successo deriva dal fatto che noi non facciamo vedere i bottoni, ma raccontiamo i bottoni. Ovvero raccontiamo le storie sociali, politiche, economiche e di costume di cui loro sono i testimoni. Le storie sono quelle della nostra vita della società dal 1600 ai tempi nostri.

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In vetro di Boemia 1980

Per catalogare i suoi bottoni, ha dovuto fare delle ricerche. In che ambito si sviluppano?
Le ricerche indubbiamente e soprattutto nell’ ambito della storia sociale, di qualunque tipo ed epoca.

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Giorgio Gallavotti all’interno del Museo mentre spiega ai visitatoro

Cos’è per Giorgio Gallavotti un bottone?
Il bottone è la memoria della storia. Era nei palazzi dove si decidevano i destini dei popoli e nelle carceri e dove venivano martoriati i detenuti. Era in grado di raccontare la storia dell’ umanità sotto tutti gli aspetti.
Quando succedevano degli avvenimenti sulla strada, nella società, nel mondo di cui la gente ne parlava e discuteva, c’è stato sempre uno stilista che metteva e mette ancora la simbologia di quell’ avvenimento su un bottone, che diventa una pietra miliare e testimone dell’ evento.

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Maiolica tedesca del 1800 con 32 zirconi, smaltata e disegnata a mano.

Ha dei bottoni, tra quelli della sua collezione, a cui è legato particolarmente?
Certamente vi sono dei bottoni a cui si è più affezionati. Ma contrariamente a quello che potrebbe pensare la gente non è un bottone di lusso come quello con la miniatura, pitturata a mano, sotto vetro con un cerchio dorato, montata su ottone con otto zaffiri bianchi e otto rosette di metallo del 1800,  ma un bottone del 1970 comperato in un mercatino a lire 100 negli anni 1980. Nel 1970 era finita la guerra fredda ed iniziata la distensione. Su questo bottone vi è la simbologia con la scritta Usa ed i grattacieli
( NewYork – l’America) e la scritta CCCP ed il Cremlino ( Mosca – la Russia ).
La simbologia è un grande messaggio di pace e di fratellanza fra i popoli. La pace nel mondo deve essere l’ obbiettivo di tutta l’umanità.

Distensione - solo bottone - sfondo bianco

La distensione nel mondo anni 1970

Il bottone, può ancora oggi essere un elemento distintivo oltre che decorativo?
Il bottone è funzionale quando serve per unire due lembi di stoffa o di ostentazione quando si vuole far notare la ricchezza.
Sono convinto che se nel 2008 non ci fosse stata la crisi mondiale economica pian piano il bottone sarebbe diventato molto importante e gli stilisti si sarebbero orientati non tanto su un bottone per allacciare, ma più per essere notato come ostentazione di ricchezza e qualcuno avrebbe osato con i diamanti. Il bottone funzionale ha ormai perso la sua funzione perché nel secondo millennio le donne non vogliono essere più abbottonate.

ingresso Museo

Giorgio Gallavotti all’entrata de “Il Museo del Bottone”, dove illustra il lavoro ad un gruppo prima di farli entrare

DOVE SI TROVA
Museo del Bottone
via Della Costa,11
47822 Santarcangelo di Romagna (RN)
Ingresso e guida gratuita

LINK
http://www.bottoni-museo.it/
http://bottone.art-italy.net
http://www.facebook.com/MuseoDelBottone
http://ibottonialmuseo.blogspot.it/
Visita Museo : 339 3483150339 3483150

Mater Dea Mater Vitae. Viaggio straordinario nell’esperienza femminile runica


Freya

La Dea Freya

Freya è una figura interessante all’interno del carismatico panteon norreno. Primo perché fa parte dei Vani ma viene effettivamente trattata come uno degli Asi e passa la maggior parte del tempo tra loro; secondo perché condivide il nome con il proprio fratello Freyr e Felice Vinci, nel suo testo “Omero nel Baltico” vede nella radice una correlazione con il nome di Afrodite. Nesso molto affascinante, soprattutto a causa del fatto che, a tutt’oggi, è ancora difficile riscattare l’etimologia esatta del nome della dea greca, e l’assonanza tra le radici fr, che a questo punto potrebbero essere di natura indoeuropea, allarga la gamma di possibilità sulle correlazioni tra le due divinità. In effetti, le somiglianze tra le dee non si fermano al nome. Freya è accostata al sesso, alla bellezza, all’idea di donna fertile e affascinante. Il suo cocchio era trainato da gatti (lo Skogkatt, i norvegesi delle foreste) e il suo sex appeal  innegabile, tanto che persino i giganti vorrebbero averla nei loro territori, per portare lustro alla propria specie. Freyr dal canto suo, era un uomo meravigliosamente splendido, e veniva raffigurato con un fallo enorme. E’ molto semplice rivedere nella coppia divina, vecchie deità legate al culto antico della fertilità. Interessante sarebbe studiarne lo sdoppiamento e farlo in linea con altri “fratelli famosi” come Apollo e Artemide (dato che l’Artemide greca è solo la punta dell’iceberg della dea lunare europea). Afrodite dal canto suo, detta molto spesso “callipigia” (‘dalle belle natiche’, non a caso, dato che l’uomo condivide con i primati l’antico ricordo dei glutei turigidi come richiamo della femmina pronta per l’accoppiamento. Nelle donne il gluteo rimane gonfio durante tutta la vita dopo lo sviluppo sessuale, a differenza delle sue lontane cugine che invece tendono a gonfiarlo soltanto durante il calore. Ecco molto banalmente spiegata la passione maschile per il fondoschiena e l’epiteto di Afrodite, dea del sesso, lo conferma a pieno titolo) è la divinità capace di accendere la passione negli uomini. E’ la sola dea a poter essere raffigurata completamente nuda ed è madre, di Eros e Anteros che sono versioni antropomorfe dell’amore. Essa è nata dalla spume del mare (anche qui è facile vedere oltre che nella conchiglia riferimenti al coito, ai genitali e all’esperienza dell’orgasmo)  e inebria gli uomini del piacere della carne. In antichità il sesso, sciolto da ridicoli tabù, faceva parte del comparto non solo religioso, ma anche semplicemente quotidiano. Era grazie all’amplesso che le donne potevano rimanere gravide e quindi portare avanti il genos (la specie nel senso di famiglia-clan) in modo ciclico, esattamente come faceva la natura, quando i campi venivano messi a frutto e davano raccolti. Ancora potremmo parlare di quanto entrambe le dee fossero desiderate a capricciose, ma per nostro interesse, ci sposteremo sulla grande differenza tra Freya e Afrodite: il Seiðr di cui traccia è rimasta all’interno delle Rune. Non a caso uno degli Aettir (divisione di otto in cui i 24 segni sono concettualmente divisi) è dedicato a Freya (anche se per come la vedo io, la divisione in gruppi di otto delle Rune è posticcia. La cosa interessante però da notare è che uno dei gruppi è comunque dedicato alla dea, e forse questo potrebbe essere un retaggio di antiche conoscenze). Ma partiamo dal principio. Il Seiðr è un’antica arte di connessione con le energie naturali. Molti l’accostano allo sciamanesimo, dato che prevedeva anche la capacità di mettersi in contatto con altri piani, tanto da allacciarsi a quello che oggi giorno definiremmo spiritismo, ed era praticato esclusivamente da donne, un elemento molto interessante questo, perché apre una dimensione nuova sulla vita della donna all’interno della struttura religiosa norrena. Del resto, la connessione tra la femmina e la sacralità della nascita e della morte è abbastanza evidente, ma questa comunione con l’invisibile lo era soprattutto per gli antichi, dato che le donne potevano ‘perdere sangue tutti i mesi’ senza morire, potevano rimanere incinta e partorire uomini. In epoca moderna tutto ciò, grazie alla scienza, è un meccanismo del tutto ovvio, ma quando l’essere umano ha iniziato a tracciare la sua vita, doveva apparire come una sorta di miracolo, dato che l’esperienza della caccia e della battaglia, ad esempio, avevano insegnato che una ferita con relativa perdita di sangue, portava indubbiamente alla morte, se non curata. Questa rete di idee ha senza dubbio sviluppato un sistema di credenze intorno alla figura femminile e al suo connubio con le forze ultraterrene e naturali (cosa che la ha resa strega nei secoli successivi). Il Seiðr, a mio avviso, appartiene a questo ambito, dato che tramite il suo utilizzo si poteva prevedere il futuro, lanciare maledizioni e proteggersi da tutto ciò che era negativo. SIiamo in sostanza parlando di magia, e per quanto le Rune siano state “scoperte” da Odino, sembra che il loro vero significato sia connesso al Seiðr e al femminile, e volendo fare un paragone con il mondo ellenico, la dea che subito salta all’occhio è Artemide ‘dal bell’arco’, di cui Afrodite potrebbe essere una volto precedentemente diviso. Tutto questo è rintracciabile all’interno del ciclo runico, e Berkana, indubbiamente, domina la scena, dato che presiede a tutto ciò che nasce e muore, ovvero alla trasformazione della vita, ed è strettamente connessa sia a Freya (tanto che con Tyr, forma la coppia uomo – donna) quanto alla capacità di connettersi al mondo naturale. Berkana è il Seiðr, nella sua forza di propulsione e creazione. Essa è infatti connessa alla gestazione, protegge i parti e supporta le donne in gravidanza, oltre a procurare gravidanze, ma soprattutto essa è la Betulla imperitura, che resiste anche al freddo agghiacciante, e rinasce anno dopo anno. E’ abbastanza evidente la connessione con i riti di morte e nascita, oltre che purificazione. Ma di questo ne parleremo in maniera più approfondita nel prossimo articolo.

Roberta Tibollo

Il glifo della Runa Berkana

Il glifo della Runa Berkana