SYLVIA E LE API DI FRANCESCO PAOLO INTINI


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Bisogna amare le api per farne parte. Questo è certo: si tratta di una società di sole femmine. Forse Sylvia ricorda ancora il rombo di tuono del cuore paterno, descritto in VOLI DI BOMBI. Forse cerca d’aggrapparsi, immedesimandosi nel ruolo di apicultore, in quel padre perduto negli anni della fanciullezza. Nulla lascia presagire la distruzione che avverrà nel breve volgere di qualche giorno, di questa figura in PAPA’ dove quello stesso cuore diverrà un “ cuoraccio nero” di vampiro, trafitto dal suo palo.
Qui i maschi hanno un ruolo di riproduttori. Sono necessari, essenziali ma sconfitti e schiavi.
L’universo è capovolto e funziona a meraviglia.
Che c’è di meglio per elaborare un lutto che trovarsi in un mondo amico che solidarizza per te ed il torto subito?
In GULLIVER, griderà forte:

-Vattene!

Contro il suo gigantesco Lucifero\TED, messo di spalle a terra e inchiodato alle sue responsabilità. Ma qui Sylvia cerca un conforto, in una società di femmine che teoricamente dovrebbero comprendere la sua sofferenza.
Anche il mondo di LESBO, col suo:

-Nemmeno nel tuo cielo Zen ci incontreremo

che segna la fine di questa illusione innocente, è infinitamente lontano.
Nella realtà le api sono asservite agli uomini, alla loro cucina, per il miele e le altre delizie. Nella mente di Silvia, giocano sul terreno delle metafore una partita con la morte, per lei.
I vicini di casa nemmeno si rendono conto con chi hanno a che fare, vogliono portare via le vergini, mettendo le mani dentro all’alveare bianco. La vecchia regina resiste, si fa furba, si nasconde mangiando miele, vivrà ancora un anno.

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Ti confesso Sylvia Plath


2Sylvia Plath è stata, di sicuro, una delle più grandi voci poetiche del novecento anglofono. Quando, all’età di trent’anni, decise di togliersi la vita, era già conosciuta nell’ambiente letterario e molti lettori vedevano nei suoi singolari versi il tentativo di mettere a nudo la propria disperazione, le emozioni violente, l’ossessione della morte.
Joyce Carol Oates così la definisce nel New York Times Book Review: “One of the most celebrated and controversial of postwar poets” (Una delle più controverse figure poetiche del dopoguerra)
Assieme ad Anne Sexton, Sylvia Plath contribuisce allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass, negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta e Sessanta.
I poeti definiti confessionalisti si ispirano al proprio vissuto personale, spesso sede di loro traumi, e ne fanno centro di esplorazione, fonte di intensità per i loro testi.
Da loro discende l’arte del monologo drammatico di Florence Anthony, la cui visione poetica e i monologhi drammatici gelidi e taglienti hanno dato voce a emarginati, spesso poveri e abusati.
Subito dopo la sua morte, arrivano per la Plath i riconoscimenti critici, l’attenzione sempre più ampia e una sorte di culto, accanto ad una vera e propria caccia all’inedito.
3La campana di vetro”, The Bell Jar, pubblicato nel 1963 un mese prima della sua morte, e “Johnny Panic e la Bibbia dei Sogni”, sono tra le sue opere più importanti, benchè lei stessa fosse più concentrata a ricamarsi il ruolo di poetessa che di narratrice.
La campana di vetro”, scritta sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, è l’opera più matura dell’autrice. Fu pubblicata un mese prima della sua morte, quando la scrittrice preparò due fette di pane e burro e due tazze di latte per i bambini prima di sigillare porte e finestre e infilare la testa nel forno a gas. Tutte le altre opere sono postume, con l’eccezione della raccolta di versi The Colossus (Il Colosso), apparsa a Londra nel ’60 e a New York nel ’62.
Nella campana di vetro e in larga misura in tutta la sua poesia, la Plath esercita fin dall’inizio la capacità di analisi di sé, lo scandaglio di un’autocoscienza che la induce ad una continua esplorazione fondamentale e lucidamente tormentata. Certo, la sua indagine sulla natura e sull’individuo riflette un senso costante di solitudine e la minaccia reiterata dello estraniamento; nondimeno, la rappresentazione affonda nella realtà quotidiana.
E’ il caso dell’evocazione della fanciullezza e dell’adolescenza nelle sue varie facce. Si pensi a uno dei suoi racconti più significativi, Ocean 1212-W.
Il paesaggio della mia infanzia non è stato la terra ma la fine della terra: le mobili colline fredde e salate dell’atlantico. A volte penso che l’immagine del mare sia la cosa più netta e sicura che possiedo. la raccolgo, esule quale sono, come i sassi “portafortuna” di cui facevo collezione da piccola, viola con un anello bianco tutto intorno, o come il guscio blu di una cozza con l’interno iridato che sembra l’unghia di un angelo; e sotto l’onda del ricordo i colori diventano più intensi e splendenti, il mondo dell’inizio respira. il respiro, è questa la prima cosa. Qualcosa respira. sono io? È mia madre? no, è qualcos’altro, qualcosa di più vasto, più lontano, più grave, più stanco. dietro le palpebre chiuse, mi lascio galleggiare; sono un piccolo marinaio, che assaggia il tempo che farà: colpi di maglio contro il muro frangiflutti, una mitragliata di spruzzi sui valorosi gerani di mia madre, o l’ipnotico sciabordio di una pozza lasciata dalla marea, simile a uno specchio; ai bordi, l’acqua smuove pigramente, delicatamente, i sassolini di quarzo, una dama che accarezza i gioielli. poteva esserci un sibilo di pioggia contro il vetro della finestra, o un vento che sospirando suonava le assi della casa come tasti di un pianoforte. Io non mi lasciavo ingannare. Il pulsare materno del mare si faceva beffe di tali contraffazioni. Come una donna scaltra, molto nascondeva; aveva molte facce, molti veli, delicati, terribili. Parlava di miracoli e di lontananze; se sapeva corteggiare, sapeva anche uccidere.”
E più oltre:
Il respiro del mare, dunque. E poi, le sue luci. Che fosse un gigantesco radioso animale? perfino a occhi chiusi sentivo i riflessi luccicanti dei suoi specchi muoversi come ragni sulle palpebre. giacevo in una culla acquea, e bagliori marini, trovate le fessure degli avvolgibili verde scuro, giocavano e danzavano, oppure sostavano tremolando appena
Così, Ocean 1212-W rappresenta il rito di passaggio, dall’infanzia alla scoperta del sé, dall’esistenza alla poesia. L’incontro con l’oceano è il sigillo dell’infanzia, la morte del padre. Le onde, i movimenti marini, riflettono la dialettica padre-madre, la superano e traghettano la poetessa verso la sua identità di donna e poeta. La madre diviene il movimento dell’acqua, il padre il fondale che sostiene l’acqua, il punto stabile, il letto dove dormono senza pace gli annegati. 4
In Full Fathom Five,  il padre assume i connotati di un dio nascosto e marino:
Per miglia
si stendono i mannelli a raggiera
dei tuoi capelli sparsi, nelle cui matasse increspate
annodato, impigliato, sopravvive
l’antico mito di origini
inimmaginabili


…sebbene da quei segni di morte, sedimentati sul fondo, trae forza.

Dalla vita in giù, forse tu attorci
un unico viluppo labirintico
per radicarti a fondo tra falangi, tibie,
teschi

Ed ancora:

Come si aggrappano a noi sempre e ovunque, come
li abbiamo incrostati addosso questi morti!” – All the Dead Dears
I morti non hanno mai pace” direbbe Sylvia Plath “ riaccendono costantemente il loro dramma nei vivi
un dio gelido, un dio delle ombre
che sale dai suoi neri abissi” – Ouija

L’acqua, la mente, la rinascita che comporta l’oltrepassare la morte: la vittoria sull’immobilità. In quest’ottica ha grande importanza Poem for a Birthday, un poemetto diviso in sette sezioni, ambientato nel mese di ottobre, stagione della semina, dell’inverno che avanza, del buio, di ciò che verrà seppellito sotto la coltre del gelo e del freddo.

The month of flowering’s finished. The fruit’s in,
Eaten or rotten. I am all mouth.
October’s the month for storage.
The shed’s fusty as a mummy’s stomach:
Old tools, handles and rusty tusks.
I am at home here among the dead heads.

Il mese della fioritura è finito. Il frutto è colto
mangiato o marcito. Io sono tutta bocca.
e Ottobre, il mese dell’accumulo
Il capanno sa di muffa come lo stomaco di una mamma:
strumenti vecchi, maniglie e zanne.
Qui sono a casa tra le teste dei morti.

L’atmosfera annuncia il deperimento, le immagini teriomorfe e più in là:
Let me sit in a flowerpot,
The spiders won’t notice.
My heart is a stopped geranium.
If only the wind would leave my lungs alone.
………..
O the beauty of usage!
The orange pumpkins have no eyes.
These halls are full of women who think they are birds.

This is a dull school.
I am a root, a stone, an owl pellet,
Without dreams of any sort.

Fatemi sedere in un vaso
il ragno non se ne accorgerà
Il mio cuore è un geranio addormentato
se solo il vento non disturbasse i miei polmoni
……….
Oh, bellezza dell’usato
Le zucche non hanno occhi
Le sale piene di donne che si credono uccelli
Questa scuola è stupida
E io ne sono la radice, la pietra, il bolo del gufo
Senza più sogni di alcun tipo

 

L’unica preghiera è a sua madre:
Mother, you are the one mouth
I would be a tongue to. Mother of otherness
Eat me.

Madre, tu sei l’unica bocca
di cui vorrei essere lingua. Madre dell’alterità,
mangiami.

In questi versi abbiamo la dissacrazione dell’essere della poetessa, l’invito, rivolto alla madre, ad un atto di cannibalismo, un ritorno all’utero che protegge e nutre, al buio per una luce diversa (?)
La poesia di Sylvia Plath sa essere poesia alchemica e se qui troviamo la voglia di morte della materia, in altri versi non mancherà l’esistenza che si svela con il tempo e il sangue, mentre il tumulto della vita sarà inevitabile e al rosso dei tulipani si opporrà sempre un bianco, la resurrezione.

I tulipani sono troppo eccitabili, e’ inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l’una all’altra,
cosi’ che e’ impossibile dire quante siano.
……………
Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi –
la pace e’ cosi’ grande che abbaglia,
non chiede nulla, un’etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un’ostia da Comunione.

I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.

Questa poesia, I Tulipani, fu ispirata dall’esperienza ospedaliera, conseguente ad un ricovero, che Sylvia Plath subì per essere sottoposta ad una brutta appendicectomia. La compose quasi a voler scrivere una lettera urgente. Da allora in poi tutte le sue poesie furono scritte in questo modo e il tempo che le restò da vivere non fu esagerato.
La perfezione sarebbe arrivata presto, troppo presto.

Nel suo ultimo testo testamento, Edge, orlo, limite, punto estremo e pericoloso di approdo, ma anche forse di un inizio diverso, di una rinascita perseguita in tutta la sua poesia ed ora urgente, la scelta improrogabile disperata: il suicidio.

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

Un suicidio annunciato in Lady Lazarus, poesia indirizzata ad una persona sconosciuta, forse a se stessa, il cui inizio dirompente non lascia spazio a interpretazioni, tanto brutale e diretta nel suo significato.

I have done it again – L’ho rifatto.

Una morte da cui risorge per poi considerarsi Lazarus “ a walking miracle” un miracolo ambulante. Ma chi è il nemico?

Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? –
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.

Lady Lazarus” non è una poesia confessionale scritta con l’intento di comunicare sentimenti deprimenti, ma è soprattutto una denuncia contro la potenza della figura maschile che usurpa la creatività delle donne e che lei contrasterà con la sua rinascita. Lady Lazarus sa che “Herr Doktor” reclamerà il suo corpo e i suoi resti, dopo averla condotta al suicidio, ma nonostante ciò lei risorgerà e mangerà uomini come fossero aria di vento.

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Eh sì, Herr Doktor.

Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.

Sono il vostro gioiello,

Creatura d’oro puro

Che a uno strillo si liquefà.

Io mi rigiro e brucio.

Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere –

Voi attizzate e frugate.

Carne, ossa, non ne trovate –

Un pezzo di sapone,

Una fede nuziale,

Una protesi dentale.

Herr dio, Herr Lucifero,

Attento.

Attento.

Dalla cenere io rivengo

Con le mie rosse chiome

E mangio uomini come aria di vento.

L’immagine dell’olocausto: “Herr Dokter”, “Herr Enemy”,”Herr God”, “Herr Lucifer”, “Nazi lampshade”, “Jew linen”. Ma i tedeschi che ignorarono l’olocausto non sono diversi dalla folla

La folla sgranocchiante noccioline

Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede

Quasi un rimprovero ai crudeli umani che non si assumono l’infelicità l’uno dell’altro, un esplorare, un urlo di vita e non semplicemente un mostrare arte nella morte.

Londra, 11 febbraio 1963. Fine!

 

Eppure ci guardò in quel vaso di Pandora – Assia Wevill


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“mio carissimo Vatinka…
la prospettiva di ciò che mi attende è talmente cupa, che il vivere il resto della mia vita significherebbe più dolore di quello che potrei mai sopportare. È una vita di solitudine e di dipendenza. Dipendenza da una ragazza alla pari per le cure di Shura e dai miei datori di lavoro, un’agenzia pubblicitaria di terza categoria pronta a licenziarmi in caso di malattia. Nessun marito. Nessun padre per Shura. Ho spesso contemplato il suicidio, ma nel passato, la pena che questo ti avrebbe arrecato, e il crimine che avrei commesso nei confronti di Shura, mi hanno fatta desistere all’ultimo momento. Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito. I motivi ora non hanno più valore. Non ci potrebbe mai essere un altro uomo. Mai. Ti assicuro, carissimo Vatinka… non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?…. Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato. Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me. Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore. Ho vissuto abbastanza a lungo. È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia. I conti sono semplici e tornano. E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola. È troppo grande per essere adottata.
Arrivederci, Lonya, padre mio, mio protettore. Mi manchi moltissimo.
Arrivederci amatissimo papà.”

Trascina un materasso in cucina/ci mette a dormire sua figlia/sigilla porta e finestra/ingoia acqua di sonniferi/apre il gas poi il forno/aspetta la morte/la loro/insieme.

Era il 23 marzo 1969 e Assia lasciava due lettere a sigillare un suicidio, il suo. Una per suo padre e l’altra, che mai fu ritrovata, per Ted Hughes. Voglio raccontarvi questa storia, con tutto l’intimo senso che comporta. Non è per chiacchierare della vita di qualcuno fin troppo chiacchierato, nemmeno per impietosire quanti l’avranno pensata sempre e solo come colei che spinse “l’immensa” Sylvia Plath a morire dopo essersi scopata suo marito. Più semplicemente, voglio raccontarvi questa storia…

Una giovane donna cresceva a Tel Aviv figlia di un medico ebreo, in fuga come tanti dopo quella guerra di persecuzioni. Arrivò a Londra, tenendosi stretta tra le dita la fuga. Era piena di fascino, elegante, femminile. Di quelle donne che forse giustamente non dovrebbero invecchiare mai. Aveva sposato nel 1960 un canadese, più giovane di lei. Un uomo d’intelletto, un poeta, con il quale Assia si avvicinò ai caffè letterari, conobbe altri poeti, sfamò il suo bisogno di mondanità. Era un’estroversa e lui era David Wevill. I due – come capita alle migliori famiglie – affittarono una casa a Chalcot Road, da una coppia di proprietari che avevano deciso di trasferirsi nel Devon.

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Tra casualità, cortesia, gesti dapprima formali e poi amicali David e Assia/Sylvia e Ted iniziarono a frequentarsi. Finché il destino fece il resto. Almeno così direbbe Hughes, convinto sostenitore della fatalità. Io credo piuttosto che successe quello che succede a tante vite. Ted forse stanco dall’impegno di una donna vittima di se stessa trovò in Assia l’aria mentre stava soffocando o magari, semplicemente sfamò ancora di più il suo bisogno di essere a tutti i costi indispensabile per qualcuno. Era successo per Sylvia – per assurdo anche dopo la sua morte – ora succedeva ad Assia. Hughes dal profilo di squalo. Il marito e poi l’amante. Poeta rampante della sua generazione inglese e discretamente piacente.

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Spesso ho letto di lui. Innamorato della vita. Spesso ho letto di lei. Sylvia che scelse di evaporare nel gas e “Sembrava un’invalida, tanto era priva di protezioni interiori”. Questa storia di loro è stata raccontata tante volte. E Assia? Dov’è quella donna che chiese di esser sepolta in un cimitero di campagna e invece fu cremata insieme a sua figlia? Sparsa chissà dove da quel padre/uomo/amore assente. Quasi a volerne negare anche l’ultimo desiderio.

“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.
Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava
ci scovò
e ci riunì, ingredienti inerti
per il suo esperimento.
La Favola che portava
requisì te, me e lei,
marionette per la sua rappresentazione.”

Vissero da amanti Assia e Ted e dopo la morte di quella moglie che gli lasciava due figli, andarono a vivere nella casa acquistata nel Devon. In quella piccola comunità fatta di giudizi iniziarono le insicurezze e il loro sordo tonfo nella testa di una donna che in fondo non era mai stata scelta. Assia cresceva i figli di Sylvia, dopo aver abortito un figlio suo. Assia si inventava moglie senza però esserlo, la divorava quel confronto di forzata assenza. “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica. E io mi sto seccando, rimpicciolendo. Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi. Si nutrono di me”

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Nacque Alexandra Tatiana Eloise nel 1965, figlia loro. Finalmente Ted e Assia esistevano in qualcosa di grande, condividevano due occhi che tutti chiamavano “Shura”. Ma nemmeno in questo che sembrava un gesto d’amore Assia si pacificò. Forse perché ormai ossessionata o forse perché quell’uomo per il quale viveva continuava ad esistere ovunque meno che al suo fianco: “Prima di tutto il resto c’è Sylvia, e dopo di lei, il Grande Schema, il Genio, i suoi bambini, e l’immobilità del sole, i milioni di falchi e pesci, e l’ombra della notte che io non posso vedere, né sentire…”

Vivevano in quella casa senza appartenenza e l’ostilità di tutti era chiara. I genitori di Ted non le volevano nemmeno parlare, e certo lui non si preoccupava di difenderla e di difenderli. Successe allora che l’incapace di responsabilità, quello impegnato a sfamare la creatività più che la vita vera invitò Assia ad andarsene. La caccio, come si caccia un chiodo dal muro. In pochi giorni lei e sua figlia si ritrovarono sole in una Londra con le fauci aperte. Divorate. Non aveva un lavoro, faticò per ritrovarne uno. Non aveva l’uomo che dannatamente amava. Era piena di disperazione Assia…

“Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita. Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici. Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago. Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce…. o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli. Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore. So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted. Apriti, apriti a me come facevi un tempo. E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho… Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita. Abbiamo bisogno di stare per conto nostro… Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore. Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me. Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me. Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

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Io non so se esistano vittime e carnefici, né so quale sia stato intimamente il reale vivere dei protagonisti di questa assurda storia, però so che lei tra di loro è quella che più mi ha commosso. Non era una poetessa Assia, non riusciva a maledirsi in una vita così tanto da nutrirsi di pianto. So solo che lei in qualche modo mi trema dentro. Io donna. Finì in quel giorno di marzo, carnefice/vittima di se stessa consapevolmente…  e la penso sorridere mentre sceglie il gas, ancora una volta come Sylvia, la penso scrivere in quella lettera mai ritrovata a Ted senza: più amore ne odio.

Corinne Perry: eplorarsi con la fotografia


Mi scopro sempre più attratta e vicina al mondo della fotografia, il web offre risorse incredibili e capita a volte d’imbattersi in vere e proprie meraviglie e sorprese, come sono le fotografie di Corinne Perry.
Fotografie che portano l’anima agli occhi, tutta la profondità dell’essere umano e di quanto si ha bisogno di esprimere per non “soffocare dentro” e mi è parso naturale cercare un contatto per farci dire da lei qualcosa di più.

AT: I think your photography is very personal, tell us about your need to say this through photographs and why you made this choice?
Ritengo la tua fotografia molto personale, parlaci di questo tuo bisogno di dire attraverso le fotografie e perché hai fatto questa scelta?

CP: I would describe my decision to express my emotions through photography as a natural choice, At the time in which my work became very personal I was feeling complex emotions that needed to be expressed and to do so with a camera felt natural.

Vorrei parlarvi della mia decisione di esprimere le emozioni attraverso la fotografia come una scelta naturale, nel momento in cui il mio lavoro è diventato molto personale e sentivo emozioni complesse, avevo bisogno di farlo esprimere e di farlo con una macchina fotografica feltro naturale

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AT:When did the love for photography? Quando è cominciato l’amore per la fotografia?

CP: It started when I discovered the work of the self portrait photographer Cindy Sherman and also the work of Francesca Woodman my love for their work and the way in which they both use self inspired me to think about producing my own work. I love photography for its therapeutic and self-healing qualities that come with the production of my work.

E ‘iniziato quando ho scoperto il lavoro del fotografo di Cindy Sherman e il lavoro di Francesca Woodman, il mio amore per il loro lavoro e il modo in cui entrambe utilizzano la macchina, mi ha spinto a pensare e a produrre il mio lavoro. Amo la fotografia per le qualità terapeutiche e di auto-guarigione che vengono con la produzione di esse.

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AT: How would you define the Photographic Art? Come definiresti l’Arte Fotografica?

CP: I would define my photographic art as self-portraiture, with a theatrical elementas I perform my emotions in front of the cameras gaze.

Definirei la mia arte fotografica come auto-ritratti con un Elementas teatrale che compie le emozioni di fronte allo sguardo telecamere.

AT: Misery in the series wesee a sense of suffocation, not beingable to pour out the emotions; Delirium in the series, about a woman confined within the walls of the bedroom, ispiration in Charlotte Perkins; Melancholia in the series instead of your merge with the body. The woman asitisse en today in your opinion?
Nella serie Misery ci vedo un senso di soffocamento, non riuscire a fa uscire fuori le emozioni; nella serie Delirium, parli di una donna confinata fra le pareti della camera da letto, ispirandoti a Charlotte Perkins; invece nella serie Melancholia del tuo fonderti con il corpo. La donna oggi com’è vista secondo te?

CP: My work’sis a portrayal of my deepest emotions it expresse show I feel as a woman. I believe that even though the work is very personal to me I work with themes of the human condition and of loneliness and entrapment that we can all relate to.

Il mio lavoro è il ritratto delle mie emozioni più profonde che mi sento di esprimere come donna.
Io credo che, anche se il lavoro è molto personale per me che lavoro con i temi della condizione umana e di solitudine e di intrappolamento, tutti noi possiamo relazionarci.

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AT: When you know it’s time to work on printing? When you understand that the photograph is taken over as you wanted? Quando capisci che è ora di lavorare sulla stampa? Quando comprendi che la fotografia scattata è finita come tu volevi?

CP: I often work when I feel a strong sense of emotion. It’s quite an intense process, normally taking photographs constantly until I feel I have expressed what I needed to. Then I know it’s time to print.

Lavoro spesso quando sento un forte senso di emozione. E ‘piuttosto un processo intenso, di solito fotografo continuamente fino a quando sento che ho espresso quello che dovevo. Poi so che è il momento di stampare.

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AT: I can see a little bit of Francesca Woodman in your shots, what do you think of her? Ci vedo anche un pizzico di Francesca Woodman nei tuoi scatti, cosa pensi di lei?

CP: I think a lot of her, she is an artist who I will always admire and is an ever present influence with in my own practice.

Penso un sacco di lei, è un artista che ho sempre ammirato ed è sempre presente, influenzandomi nella mia fotografia.

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AT: The poem, as you mentioned a writer and poet, as it’s important in your life? And who are your favourite poets? La poesia, visto che hai citato una scrittrice e poeta, quanto è importante nella tua vita? E chi sono i tuoi poeti preferiti?

CP: My work is often influenced by literature with the main influence being The Yellow Wall paper by Charlotte Perkins Gilman. The first time I read the novella I instantly felt a strong emotional connection to the story of a woman confined to the four walls of her bedroom along with Gilman’s use of metaphors to explore deep and complex emotions. In terms of poets I have a great admiration for the work is Sylvia Plath.

Il mio lavoro è influenzato dalla letteratura, principalmente dalla carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman.
La prima volta che ho letto il suo romanzo ho sentito subito un forte legame emotivo con la storia di una donna confinata nelle quattro mura della sua camera da letto che la Gilman usa come metafore per esplorare emozioni profonde e complesse.
In termini di poeti ho una grande ammirazione per Sylvia Plath.

Thank you for your help fulness.
Grazie per la vostra disponibilità.

Corinne Perry: http://www.corinneperry.co.uk/home/4579963198

Le bambine che volevano essere dio



Considerata una della più grandi voci del novecento e non solo, Sylvia Plath è ormai divenuta un’icona incontrastata della poesia mondiale. Impossibile voler scindere la poetica dalla sua biografia, che culmina con una fine tragica, disperata ma al tempo stesso organizzata e minuziosa.
Nasce a Boston, da genitori immigrati tedeschi e già all’età di otto anni perde il padre. Perdita che segnerà la sua esistenza per sempre, come anche il rapporto difficile con la madre Aurelia, figura autoritaria e introversa, che non riuscirà mai a capire la personalità complessa della figlia.
L’instabilità psicologica della Plath si manifesta fin dall’adolescenza, attraverso continui ricoveri ospedalieri, che le faranno provare la devastazione dell’elettroshock. Esperienze drammatiche che la renderanno una donna dalle tante personalità e maschere. La poesia della scrittrice è sicuramente potente, devastante e priva di banalità, studiata parola per parola, denudata da sovrastrutture, senza indugi o tentennamenti, che conduce direttamente dentro le sue ossessioni o forse sarebbe meglio dire le sue stratificazioni ma al contempo risulta monotematica, poco incline alla diversificazione.
In realtà la presunta grandezza letteraria di Sylvia Plath è dovuta soprattutto ai componimenti scritti negli ultimi tre anni della sua vita, anche se i suoi estimatori cercano in tutti i modi di rivalutare le opere dei primi anni della poetessa.


Nel 1957 conosce Anne Sexton, ad un corso di scrittura. Il loro diverrà un rapporto di amicizia basato non solo sull’amore per la letteratura ma soprattutto per la precarietà psicologica che le accompagna. La Sexton, nata da una famiglia agiata, scarsamente amata e da subito in continuo conflitto con il mondo, risulta però brillante e determinata, poco incline alle regole della società americana di metà novecento, che inserisce la donna in un contesto predeterminato, costruito sulla famiglia e le severe regole comuni. La Plath invece sembra anelare a tutto questo senza riuscirci. Timida, insicura sempre sull’orlo della depressione, in perenne lotta con se stessa, vuole quasi nascondersi dal mondo. Inevitabilmente questa dicotomia tra le poetesse è persistente anche per quel che riguarda le produzioni poetiche che meritano un’attenzione approfondita.
Lungi da me considerare la Plath una poetessa di secondo piano ma leggendo attentamente la Sexton non si denota una difformità così marcata tra le due scrittrici, come la critica e la solita pletora di fans internauti vorrebbero far passare. Anne è dotata di un talento fuori dall’ordinario. Tecnicamente, poco propensa a definire e definirsi uno stile, riesce come e quanto la Plath ad analizzare le ossessioni e le sue dipendenze: alcol, depressione e solitudine che la seguiranno per sempre, come il successo critico dei suoi libri. Stranamente tutta questa considerazione artistica che le venne riconosciuta in vita , improvvisamente sembra svanire nel tempo, lasciando spazio alla poetica della Plath e alla sua figura tragica, simbolo dell’impossibilità di conciliare genio e vita familiare. La poesia della Sexton è, mi si passi il termine, spudorata o come si definisce lei stessa “primitiva”, senza nessuno schermo intellettuale atto a filtrare le sue opere. Una scrittura tesa a l’identificazione di se come esistenza autonoma, che riporta alle teorie di Jung dell’individuazione. Come Edipo cerca ostinatamente l’origine del suo trauma e come Giocasta è consapevole della tragedia che può conseguirne (cit), ma non per questo smette di perseverare nel cercarsi, anzi in un certo senso continua ad analizzarsi anche se consapevole che il risultato finale sarà l’autodistruzione.

Ragionando obiettivamente credo sia giusto porsi delle domande.

Sylvia Plath è veramente quel mostro sacro che tanto si venera oppure la sua grandezza è stata amplificata, prima dalle sue vicende umane e poi dalla morte prematura per suicidio ?

Nell’immaginario popolare da sempre l’artista scomparso prematuramente ha goduto e gode di maggiore visibilità e investitura. Nel caso della Plath è vero che il suo suicidio ha consentito di elevare esponenzialmente il turbamento psicologico che assilla molti lettori e lettrici. Forse proprio quell’immedesimarsi o meglio camuffarsi da poeti pseudo-maledetti, fa si che la scrittrice americana sia considerata figura imprescindibile nel proprio bagaglio letterario. Il più delle volte, si venera la sua poesia senza sforzarsi di capire l’effettivo valore della scrittura, non si copia solo il senso poetico ma anche e soprattutto l’uso dell’immagine metaforica. Di solito l’imitatore che forse sarebbe meglio definire IMITATRICE di Sylvia Plath la si trova nei meandri dei siti letterari, alla voce introspezione, come se ogni essere vivente definitoSI poeta, infarcendo i suoi scritti con atmosfere cupe e termini tetri, possa avanzare il minimo accostamento alla poetessa. E così si formano schiere di “aspiranti suicide”, instabili mentalmente per induzione, che cercano di darsi un tono dark e misterioso ma che, semmai avessero il coraggio di infilare la testa in un forno, statene sicuri al massimo sarebbe quello della casa di Barbie.
Sono altresì certo che queste stesse poetastre del web non avrebbero letto nemmeno una riga della Plath se la sua scrittura non fosse direttamente legata in modo così intimista alle vicende della biografia. E’ vero che la scrittrice riesce a coinvolgere in modo morboso ma troppe volte è stata travisata e manipolata a proprio piacimento.
Ritenere Sylvia Plath una buona poeta non è delitto di lesa maestà. Da parte mia sarebbe esercizio di snobismo a cui non aspiro. Porsi delle riflessioni sulla sua effettiva grandezza è lecito, come altrettanto lecito è ritenerla per niente superiore a molti poeti del novecento compresa la stessa Anne Sexton.
Non credo sia giusto stilare classifiche di merito tra “grandi”, queste di solito sono incanalate da fattori esterni che poco hanno a che fare con l’arte, bisognerebbe evitare i guru letterari, i media, le associazioni culturali (o per meglio dire a scopo di lucro) che fanno a gara ad elevarsi padrini di questo o quell’altro artista, tralasciandone altri che meriterebbero sicuramente una conoscenza più approfondita.

In conclusione spero che questo mio articolo possa rendere alla Sexton e a tutti quegli artisti dimenticati il giusto riconoscimento. La poesia come tutte le forme d’arte non può seguire la moda del momento e neppure essere confinata nei limiti del gusto personale ma anzi ha bisogno di curiosità e soprattutto consapevolezza per sviluppare un vero senso critico senza scadere nel qualunquismo sciatto e nell’apatia.

Poesie di questa carne che siamo


Tamara de Lempicka – Irene e le sue sorelle

Il metodo di Allen Ginsberg

Il metodo dev’essere purissima carne
e non condimento simbolico,
visioni reali & prigioni reali
come si vedono di quando in quando.

Prigioni e visioni presentate
con rare descrizioni
corrispondenze esatte a quelle
di Alcatraz e Rosa.

Un pranzo nudo è naturale per noi,
noi mangiamo sandwiches di realtà.
Ma le allegorie sono tali lattughe.
Non nascondere la follia.

CERCA LA CARNE SULLE OSSA di Dylan Thomas

Cerca la carne sulle ossa fra non molto
Spolpate e bevi alle due munte rupi
Il dolce midollo e la feccia,
Prima che le mammelle delle dame
Siano vizze e le membra brandelli.
Non profanare, figlio, i sudari, ma quando
Vedrai le dame fredda pietra, appendi
Una rosa d’ariete sugli stracci.

Ribèllati alle leggi della luna
E al parlamento del cielo,
Al governo del mare perverso,
A tirannia del giorno e della notte,
A dittatura di sole.
Ribèllati all’osso e alla carne,
A parola di sangue, ad astuzia di pelle,
E al verme che nessuno può ammazzare.

La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco;
La faccia è smunta allo specchio,
Le labbra smorte dai baci
Ed è smagrito il mio petto.
Una ragazza allegra mi prese per uomo,
La stesi giù e le narrai il peccato,
Le misi accanto una rosa d’ariete.

Il verme che nessuno può ammazzare
E l’uomo che nessuna corda impicca
Si ribellano al sogno di mio padre
Che da un ostello di rossi porci
Ulula il sozzo demonio alle spalle.
Non posso come un pazzo assassinare
Stagione e sole, grazia e ragazza,
Né il mio dolce risveglio soffocare.

La nera notte amministri la luna,
Il cielo detti pure le sue leggi,
Il mare parli con voce regale:
Non nemici ma un unico compagno
Sono il buio e la luce.
Guerra al ragno e allo scricciolo!
Guerra al destino umano!
E distruzione al sole!
Prima che morte ti prenda, ah sconfessalo!

LETTO DI NEVE di Paul Celan

Occhi, ciechi al mondo,
dentro le crepe del morire:
vengo, io, con più durezza
in cuore. Vengo.

Specchio lunare ardua
parete. Giù! (Lanterna
macchiata di fiato. Strisce
di sangue. Anima
annuvolante, di nuovo
quasi figura. Ombra delle
dieci dita – avvinghiate.)

Occhi ciechi al mondo,
occhi dentro le crepe del
morire, occhi, occhi:

Il letto di neve sotto noi
due, letto di neve. Cristallo
per cristallo, in griglia
profonda quanto il tempo,
noi cadiamo, e
cadiamo e restiamo e cadiamo.

Noi cadiamo: Noi fummo.
Noi siamo. Siamo una sola
carne con la notte.
Nei cunicoli, cunicoli.

Lady Lazarus di Sylvia Plath

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco –
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume Nazi,
Un fermacarte il mio
Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? –
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede –
Il grande spogliarello.
Signori e signore, ecco qui
Le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
È un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ho la vocazione.
È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza farlo e starsene lì.
È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:
“Miracolo! ”
È questo che mi ammazza.
C’è un prezzo da pagare
Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore – eh sì, batte.
E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue
O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d’oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere –
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate –
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr dio, Herr Lucifero,
Attento.
Attento.
Dalla cenere io rivengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.

CARPO

reperto n° 3

Di Dome Bulfaro

Da qui a Tarquinia, nel sangue vascolare
quando ci si attinge con uccelli e pesci
alla nostra reciproca Caccia e Pesca
non c’è horror vacui:
ma se la lingua si rìfa serpentina
su cui incanalar scorribande e ogni silenzio
un cassetto dove accalcare alla rinfusa pasticcini
bisticcetti e striduli fini è normale

che ogni scheggia di legno trovi colore
nella carne, che tutto petuli e sbotti
e ci si raccatti a braccio in mocci e ossucci
e cocci dappertutto. L’orrore adesso,
all’idea di riguardarci specchio, giù
in un tuffo precipitato per via
del non sapere se e come liberarci
di quella nostra cassettiera che c’è

Trovare la via di Nati Per Delinquere


C’è una conversazione datata circa 1960 che recita più o meno così:
Scriverei poesia se solo trovassi l’argomento giusto: per te è facile, ti guardi intorno e il mondo diventa in esametri, io non ho nulla su cui scrivere!
Ma tu l’argomento giusto ce l’hai davanti ogni giorno: sei tu stessa il tuo argomento.

Questa conversazione avveniva tra una poetessa che già una volta aveva tentato il suicidio non trovando alcuna fonte di ispirazione nel mondo (e soggiornato in una clinica “moderatamente” vip per depressi), e suo marito che stava diventando uno dei poeti più significativi dell’Inghilterra post bellica.

Vissero insieme alcuni anni, scrissero alcune tra le poesie più importanti degli ultimi cent’anni, cottage, viaggi, letture, due figli. La realizzazione dei sogni intellettuali frammisti a quelli borghesi tra America e Inghilterra all’inizio del boom economico.
Poi lui si innamora di un’altra, lei apre il gas e si suicida. Lei diventa un’icona, lui un poeta vero.

Altra scena, un decennio prima o poco meno, dall’altra parte del globo.

Una ragazza particolarmente geniale scrive racconti e poesie, è timida, schiva; l’allontanamento dalla famiglia povera per seguire l’università e la carriera letteraria, la perdita di una sorella la gettano in quello che oggi sarebbe un esaurimento nervoso profondo e che allora viene chiamato “schizofrenia” grossolanamente. La medicina le riserva 200 elettroshock e un’operazione di lobotomia per renderla “inefficace”. Gli elettroshock non glieli toglie nessuno (in una clinica agghiacciante e per niente vip), dalla lobotomia viene salvata grazie alla vincita di un Premio Letterario per un vecchio manoscritto mandato prima di essere internata. Vent’anni dopo le diranno in Inghilterra che nemmeno soffriva di schizofrenia. E lei ci scrive un’autobiografia in tre libri che racconta la sua infanzia (il primo), il suo internamento (il secondo), la sua libertà nel mondo della scrittura (il terzo), diventando due volte candidata al Nobel e, se non la prima (c’è pur sempre Katherine Mansfield) almeno la seconda scrittrice neozelandese in quanto a fama e bravura.

Due modi per entrare e uscire da sè.

Il primo (quello di Sylvia Plath) non porta a liberarsi di nulla, se non di sè. La scrittura prosciuga qui, non è un’arte che diventa il viatico per un “fuori” o un “oltre”.
Il secondo (quello di Janet Frame) permette di circoscrivere il dolore, per liberarsene. In questo caso la scrittura asciuga ma non prosciuga.

A volte non c’è bisogno di nessuno dei due, si sta bene dove si è. A volte indagare su di sè non fa male, è solo una cuoriosità quotidiana che si ha tempo di seguire.

Penso a Cristina Campo che, in merito alle sue poesie, desiderava leggere: “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”, che ha avuto una vita discreta, appartata e senza ricerca di alcun clamore.
 
Spesso scrivere non ha un significato o uno scopo liberatorio, non per me almeno. Non mi riesco a maledire, non mi sento dannata, non trovo alcuna necessità nel superare traumi che non ho o nel dolermi a non riuscirci.
Ho poche ombre attorno, al limite il mistero è la troppa luce.
Negli ultimi vent’anni sono inutilmente entrata e uscita da me a più riprese, con il miserando risultato di dover iniziare sempre da capo, come accade ogni volta che qualcosa di drastico taglia e distacca il passato dal presente; da capo, però, non è come dire da nuovo. Vuol dire fatica e cocci, nessun foglio bianco su cui scrivere novità.
Poi, fortunatamente si invecchia, o, almeno, io sono invecchiata – ho smesso di credere di potermi cambiare e ho iniziato a curare ciò che sono.
In questo ho incrociato una vita esemplare, la sua che ha cambiato la mia, inutile riscriverlo qui, l’ho già fatto infinite volte, lo ripeterei altrettante. Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, sa cosa intendo.
La possibilità di vivere accanto alla creazione continua, alla scrittura (musicale e non), alle idee, allo sguardo trasversale di chi sta fuori dai giochi perchè gioca un gioco ancor più bello da sè: è questa la vita che non spreco. Ed è quella che voglio.

Medita l’acqua, dubita fra i vetri…
Ma s’è smarrita in mezzo agli scaffali
Da ieri un’ape. E tra gli asciutti alari
fragile brilla un’azalea da ieri.

S. Leonardo in Arcetri
Primo giorno di primavera 1952

Cristina Campo

articolo di Fosca Massucco

http://natixdelinquere.blogspot.it/