Intervista a Livia Ferracchiati – Una giovane promessa della regia italiana di Nausica Hanz


Livia Ferracchiati

Livia Ferracchiati

Mi ricordo ancora il giorno che ho conosciuto Livia, ci trovavamo a Bologna, all’Università e aspettavamo che il prof arrivasse a lezione. Faceva freddo e io, che se ho qualcuno seduto di fianco, non riesco proprio a stare zitta, mi misi a farle domande, a chiederle cosa l’attirava del teatro e cosa voleva fare in futuro. Parlammo e senza esitazione Livia rispose che voleva fare la regista, creare e inventare scene, poi mi parlò dei suoi miti e di come avrebbe voluto fare le cose…
…dopo qualche anno in un articolo di teatro ho trovato il suo nome associato alla parola regista e lì ho capito che il suo sogno si era realizzato.
Ora non siamo più all’università, non siamo più sedute una di fianco all’altra, ma la curiosità e le parole non hanno confini e quindi ciao Livia e ben ritrovata.

1. Per iniziare parlaci un po’ di te, del tuo background e dei tuoi interessi.
Sono diplomata in regia teatrale presso la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano e mi sono laureata in drammaturgia all’università “La Sapienza” di Roma, nella facoltà di Lettere.

2. Perché hai deciso di fare la regista?
Intendi: di questi tempi? “Già non c’è lavoro, anche questo? E non sei nemmeno di famiglia agiata!”
Scherzi a parte, posso rispondere articolando una risposta complessa, oppure posso dire la verità: perché mi diverte farlo, provo piacere, mi preserva dalla noia e dalla routine.
Ho dichiarato di voler fare questo mestiere a 12 anni, era il mio modo di giocare. Mi ricordo che ho tentato di mettere in piedi uno spettacolo a quell’età, ma l’esperimento fallì perché i genitori dei miei amici non portavano i figli alle prove.
Il passo avanti rispetto ad allora è che adesso gli attori si presentano alle prove autonomamente.
Fare la regia di uno spettacolo ti permette di creare spazi, atmosfere, situazioni, di esplorare le dinamiche tra i personaggi, in sostanza ti permette di indagare, attraverso segmenti di finzione, i meccanismi della vita.

3. Raccontaci dei tuoi lavori. Di che cosa parlano, che tematiche trattano, chi sono i suoi protagonisti.
Ogni volta sono lavori diversi, anche dal punto di vista dei linguaggi usati. Questo perché parto dalla volontà di trattare un tema, non da un’idea di spettacolo precisa o da un testo. Ad esempio, da un punto di vista puramente registico, è accattivante prendere un classico e interpretarlo attraverso la propria chiave personale e, quando mi capiterà, mi cimenterò volentieri in un esperimento del genere, ma, tendenzialmente, non è quello il teatro che voglio fare. Per me si parte da un tema che, per qualche ragione, vale la pena di trattare, lo si studia, si fa ricerca, si leggono libri, saggi, si vedono film, si fanno interviste a persone reali che sono coinvolte nell’argomento e poi, capendo quanto materiale c’è, si capisce se questo dà vita ad uno spettacolo, a due , a tre, forse a quattro. Non è importante se la formula è commerciale o meno, se è più vendibile un prodotto a due attori e di un’ora, piuttosto che uno a sette attori di tre ore. Credo si debba fare quel che serve al “racconto”.
Le tematiche possono quindi variare, ma ho notato che mi coinvolgono spesso quelle che sono oggetto di mistificazioni o poco conosciute: un esempio è il tema dell’identità di genere, sto da lavorando da tre anni ad una “Trilogia sulla transessualità”. Il primo capitolo, “Peter Pan guarda sotto le gonne”, dopo l’anteprima al Ternifestival, debutterà in forma completa a Milano a Campo Teatrale il 26 gennaio prossimo.

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Il teatro e la poesia di Gianmarco Busetto


Gianmarco Busetto, Regista-attore-poeta-drammaturgo.
Nel 2006 fonda la compagnia teatrale e performativa Farmacia Zoo:E’.
Autore di numerose performance e spettacoli teatrali da lui scritti e diretti tra i quali si ricordano “Pornografie”(2007), “Oggi è solo salsa piccante”(2008), “Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma”(2009), “Beat Improvisation”(2010), “La Distanza”(2010), “Velluto DiVino” (2011), “(Voci) Di ritorno”(2011), “Religions” (2013)e 9841/Rukeli (2014).
Ho avuto il piacere d’incontrarlo e sentirlo all’opera, durante l’evento Oblom poesia, svoltosi a Torino a metà giugno.
Il desiderio di conoscerlo meglio, mi ha spinto ad intervistarlo, buona lettura.

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Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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L’anima teatro di Dio di Antonin Artaud (tradotto da Michele Baraldi)


« Se il segno dell’epoca è la confusione, io vedo alla base di tale confusione una rottura tra le cose e le parole, le idee, i segni che le rappresentano… Il teatro, che non risiede in niente di specifico, ma si serve di tutti i linguaggi (gesti, suoni, parole, fuoco, grida) si ritrova esattamente al punto in cui lo spirito ha bisogno di un linguaggio per manifestarsi »

« Il Teatro della Crudeltà è stato ideato per restaurare il teatro di una concezione passionale e convulsiva della realtà ed è in questo senso di rigore violento e di estrema condensazione di elementi scenici che la crudeltà su cui questo si basa deve essere compresa. Questa crudeltà, che sarà sanguinaria quando necessario, ma non in maniera sistematica, può essere così identificata con un tipo di severa purezza morale che non teme di pagare alla vita il prezzo che le deve. »

(Antonin Artaud, Il Teatro della Crudeltà)

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Come il proprio suppliziato delle tenebre in cui il destino di vivere mi ha sprofondato, tutti i miei volti si piangono nei loro sogni perchè non hanno più in sé quella continuità, quella inespugnabile autenticità del loro essere che l’anima immortale donava loro.
Credendo di vivere se medesimi non si accorgevano che il loro vampiro, il loro nemico, quell’altro che si è sempre voluto loro stessi e che non avendo corpo ha preso il loro per essere, tiene il posto dov’essi s’immaginano ancora vivere e muoversi.
Il doppio del teatro è la vita, ma il doppio dell’io è quell’essenza impercettibile che non ha mai voluto né teatro né dramma e che nella vita interna dell’io respinge il dramma per il quale l’io davanti a ogni pensiero deve meritare e guadagnare se stesso battagliando con le larve del proprio spirito, e introduce al posto di questa interna esaustione una statua o un’effige tutta creata e già fatta, come quell’improvvisa incarnazione di un essere che risalirebbe in essi membro a membro del tempo della pubertà.
Ora tutto questo è il nemico, è l’altro, e l’io è il non manifestato, il vuoto, il drammatico abbandono di ogni cosa, che attraverso la guerra del distacco fa venire in avanti l’anima e non il corpo. Ecco ciò che l’uomo oggi non sa più, ed ecco ciò che è di tutta urgenza apprendergli nuovamente, poichè credendo di vivere egli sarà perduto.
A lui manca un’attualizzazione nell’immediato di ogni materia esterna di questa scienza imprescrittibile del cuore.
La materia, lo so, passerà, ma non la scienza che avrà saputo prendere il posto delle ombre che la materia emana intorno a sé.
Il denaturamento, la traslazione inconscia di un principio che fa essere tutte le nostre volizioni è il punto sul quale ci si dovrà contare affinché abbia inizio la grande guerra che salverà la nostra idendità. Noi crediamo di essere noi e non lo siamo più, perchè non ci avvediamo che ciò che formava il nostro io è stato rapito nelle stelle proprio da colui che in noi si sceglie e che noi prendiamo come il culmine di noi stessi, quand’è in questo culmine di noi stessi, in questa energetica ineffabile dell’io che ci pietrifica con la sua imprescrittibilità, con il lucore delle sue sorprese, che ha luogo quel denaturamento, quella traslazione di cui parlo, ma con una rapidità così sottile, un giro di mano così istantaneo che il prestigiatore ha saputo dissimularsi in noi stessi, essere noi e pensare per noi. E noi non siamo più che i suoi propri portatori. Ed è il Male che noi portiamo su noi stessi. E sventura a chi non ne fosse cosciente. Ora, sono tutti a non esserne coscienti e a non sapere più che cosa è vivere, perchè vivere è raddrizzarsi in se stessi, a ogni secondo, con accanimento, ed è questo lo sforzo che l’uomo attuale non vuol più fare. Egli preferisce che l’automa dei limbi conduca l’opera del suo proprio sé. – E colui che non era nemmeno uno spirito non ha mai tratto profitto che dalle debolezze degli esseri per darsi l’illusione della vita. A forza di non scegliersi e di abbandonarsi alle attrazioni del non-essere l’uomo ha finito per dar posto nell’essere a qualche cosa che non era vita, e che in lui è diventato uno spirito.
Lìamore è più semplice da realizzare che l’odio, la virtù che il vizio, il distacco che l’egoismo, la rapacità, la cupidigia e la malvagità.
Ora non è questo che l’uomo pensa.
L’essenziale è non perdere l’occasione di apportargli l’aroma della verità e non lasciare che si frastorni per un’opera che non risponde a tutte queste interrogazioni.

(scritto tra il 15 e il 20 febbraio 1945)

tradotto da Michele Baraldi, da In forma di parole, 1991

L’inguine di Daphne e i danni del desiderio


[…] non possiamo non volere; il desiderio è parte di noi, ma nessun desiderio può avverarsi da solo. C’è un prezzo da pagare, un prezzo molto caro, per una carezza, una parola. Un po’ di distruzione.
Una distruzione controllata. Il desiderio corrode. È un acido languido. Annienta piano.
Vogliamo ciò che ci distruggerà. 

Non c’è scampo dalla fine. La fine è desiderio e desiderio è fine. Il desiderio è ricerca. Una caccia alla bellezza.

Si può morire di bellezza;
quando si avvicina non te ne accorgi;
è come un vento che ti sfiora piano e porta via un pezzo di te.

Un vento che corre con tanti piccoli ami da pesca sulle dita ossute; la bellezza ti strappa pezzetti di carne e se li porta via.
Ti lasci scannare col sorriso sulle labbra.
La bellezza è un vento che insegue e non si lascia trovare.

Puoi solo lasciarti consumare.

 [L’Inguine di Daphne, Spettacolo teatrale “I danni del desiderio”]

Quali sono i danni del desiderio? Quanto male può fare lo spasmodico inseguire le proprie voglie? Questo il concept principale dell’album “I danni del desiderio”, seconda opera in studio del collettivo artistico, l’Inguine di Daphne, un collettivo artistico polifunzionale fondato da Dagon Lorai ed Egon Viqve nel 2004, si basa principalmente sull’unione di forme espressive diverse unite in una comune direzione artistica, fondendo la potenza creativa dei suoi membri alla pluralità dei mezzi di espressione utilizzati. Nelle esibizioni live del collettivo la musica non è mai sola: c’è videoarte, poesia, pittura, teatro sperimentale, mimo, giocoleria, arte circense e fotografia. 

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Il desiderio è terra fertile per sogni voraci, culla dell’uomo;
il desiderio ti svolge, s’evolve nella forma di bolla in divenire;
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l desiderio ti spinge sull’orlo di tutte le cose; precipizi di polvere in cui lanciarsi a braccia aperte;
il desiderio è un coltello che trafigge anche dal manico;
il desiderio del bene genera il male e il desiderio del male genera il vizio.

Dal desiderio non c’è salvezza.
Nelle sue spire siamo schiavi travestiti da padroni.
Il potere è un’illusione,
il controllo non esiste:
il desiderio è un macinino arrugginito che traballa verso la distruzione.
La dolce, dolcissima distruzione.

[L’Inguine di Daphne, Spettacolo teatrale “I danni del desiderio”]

Dal desiderio amoroso e distruttivo della Salomè di Wilde a quello lascivo di Histoire de l’œil di Bataille a quello del potere di Macbeth, la vita e l’evoluzione del desiderio nell’animo umano non è mai stata semplice.

È sopratutto il desiderio in sé a dare vita alla persona che lo abita; il suo raggiungimento è una conclusione, una pausa da un nuovo desiderio, eventualmente un nuovo inizio, ma è nel desiderio che si vive, è il desiderio a torcere l’anima, che porta all’azione, che disfa, costruisce e distrugge con incessante puntualità. È una lunga pausa da un punto all’altro della vita in cui si agita la vita stessa. Non è nel compimento in sé che si trova il piacere, ma nel desiderio che si vive. Il proprio obiettivo è poca cosa rispetto al momento in cui lo si desiderava, ed è in questa perenne ricerca che si impara a vivere.

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Abbiamo incontrato, per l’occasione, il compositore e una delle voci del collettivo per discutere delle loro opinioni comuni sul desiderio alla base della vita e dell’arte:

Dagon Lorai: Il desiderio è come una droga. Una volta svanito, sfumato, esaudito, improvvisamente è tutto vuoto, spento. Quando hai appena finito di fare l’amore, quando hai appena finito di suonare, non ne hai più voglia, sei spento; arriva il vuoto, quello che fa paura, sei tu ad essere vuoto. È stato solo il desiderio del sesso, del palco, a farti arrivare al sesso e al palco; ma dopo non c’è più niente.

Alessia De Capua: eppure non puoi farne a meno. Si vive del desiderio e per il desiderio, ed è un continuo prendere e lasciare, un alternarsi; il desiderio è in continua evoluzione, come tutti noi.

In questo senso, il desiderio e l’arte stessa sono strettamente collegati: portano con sé l’angoscia, scavano nel profondo dell’anima e nel cuore degli uomini senza tregua. Nessuna delle due prende dalle emozioni positive dell’uomo ma dalle loro lotte, i loro dubbi, le angosce, i segreti, la loro parte più oscura che, pur considerata la peggiore, è l’unica che mette in una vera luce tutto ciò che c’è di buono al mondo.

Alessia De Capua: è la verità: solo con il dolore e la sofferenza puoi capire delle cose e arrivare ad una consapevolezza di quello che conta, di quello che è bello, la luce; vedi tutto in un modo diverso.

Dagon Lorai: mi permetto di citare De Andrè per questo… “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Per fare una metafora sciocca, nella vita più tocchi il fondo più rimbalzi. Non puoi andare in alto se prima non sprofondi.

Alessia De Capua: Sì, ma non succede sempre; non tutti trovano la chiave per poter risalire dal fondo. È difficile. Bisogna conoscersi molto bene.

Dagon Lorai: per noi la chiave è l’arte

Alessia De Capua: esattamente; è solo con l’arte che riusciamo a risalire dal fondo

Qual è, per voi il fine ultimo de “I danni del desiderio”?

Dagon Lorai: sarebbe meglio riuscire a capire quando sopravvivere alle voglie. Affrontare il desiderio, riuscire a sopravvivergli. Non lasciare che i desideri ti consumino come accadde a Jim Morrison o Bukowski.

Alessia De Capua: Un desiderio che ti ammazza non ha un fine, un senso. Il desiderio è vita: è quello il senso.

Dagon Lorai: il significato dell’album è meno oscuro di quanto si pensi. È la speranza. Non a caso il primo brano dell’album si intitola “Viva Per sempre”.

L’Inguine di Daphne sono:

Alessia De Capua (voce)
Dagon Lorai (voce, chitarre, piano, synth e archetto)
Egon Vive (chitarre, suoni e piano)
Alexandr Sheludcko (basso, contabasso elettrico e violoncello)
Dario AlContrario (batteria)

Foto: Giuseppe Barbato

Sito Web: http://www.inguinedidaphne.com

Contatto Stampa: info@firstfloorfactory.com, dagonlorai@hotmail.it

articolo e intervista a cura di Daniela Montella

MARIANGELA MELATO, sapevi fare tutto – di Cristina Capodaglio


Mariangela: “non so cucinare, non so stirare, non so pattinare, non so guidare, non so nuotare… non sono modesta, ma da attrice fingo! ”
I critici: “è una scheggia!”.
Mariangela: “…me lo sono guadagnata… approfondire me stessa, migliorarmi… me lo ha permesso questo mestiere.
L’amore? Importante, tuttavia mai compromessi…. meglio sole, non è il massimo, ma ci si può riuscire…
Figli? Sono dotata di un sano egoismo e potrei fare solo l’attrice… amo i figli degli altri e sapevo che non sarei mai stata una brava madre o una perfetta donna di casa… ho dato me stessa per il teatro, nessun rimpianto!
Il trionfo finale in scena è tutto e mi rende felice…
Sono una perfezionista incallita, una prima della classe, con gli anni ho preso l’abitudine di avvantaggiarmi e arrivo alle prove a teatro già con la parte a memoria, devo essere preparata… 
Mi commuovo come una pazza, per tutto, sia nel privato che in pubblico…
Amo l’ironia, sono passionale….
Perché il teatro? Invecchiando non si può fare cinema in Italia, non ci sono ruoli, invece a teatro posso…
Adoro andare al cinema e vedo tutto!
Televisione? Un mezzo fantastico…guardo film, intrattenimento in terza serata… la fascia pomeridiana non è eccelsa.
Da bambina sognavo fare la ballerina. Ho avuto un’infanzia turbolenta e quindi ero incentivata a diventare qualcuno… sapevo disegnare, canticchiare… ero molto silenziosa da piccola e sapevo che mi sarebbe successo qualcosa… frequentavo il bar Giamaica a Milano, pieno di artisti e considerato luogo di perdizione.
Lì mi sono formata…
Ho usato più cuore che testa… se credo in Dio?… così, così… approfondirò da vecchia….
Detesto chi mi dice: “ha temperamento”!
Lavia: “Aveva il pregio di essere nata imparata e per capirlo ci vuole tutta la vita!”.

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Che dire!
Una donna con le idee chiare sin da piccola, che ha ben coltivato il suo lato maschile e quindi troppo indipendente per fare compromessi di moglie e di madre.
Forse è questo è il motivo per il quale non si è mai sposata.
Una persona seria in scena e nella vita privata che ha dedicato sé stessa per l’arte e ha dato tutto.
Solamente questo “può” fare una vera artista!
Una donna fuori dalle convenzioni.
Ha messo d’accordo persino critica e pubblico.
Personalmente la ricordo sin da bambina per le immagini del film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” e devo dire che l’ho sempre preferita nelle parti comiche.
Donna di grande ironia, come Monica Vitti, capace di ridere di sé stessa e scherzare con tutti.
Definita “anti-diva”.
Era infaticabile per raggiungere la perfezione, non si considerava mai “arrivata” .
Ingenui tali giornalisti che cercano paragoni con un artista del passato o cercano subito un erede per il futuro.
Ogni artista è unico, in quanto persona unica.
Non lascia eredi, solo tracce visibili nel cinema e atti teatrali che scompaiono appena sono stati compiuti.
L’arte effimera del teatro!
Ci mancherà la sua serietà e coerenza, forse troppa coerenza.

di Cristina Capodaglio

PAOLA PITAGORA, INSTANCABILE DONNA DI SUCCESSO. – di Cristina Capodaglio


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Il teatro La Fenice di Osimo (Ancona) ha ospitato sabato 1 dicembre 2012 Honour, tratto dal bestseller della famosa scrittrice australiana Joanna Murrey-Smith e l’occasione è gradita non solo per vedere uno spettacolo rappresentato con successo in tutto il mondo, ma per incontrare due attori vecchio stile, della vecchia guardia, quando l’uso della parola vecchio distingue per qualità e tiene lontano il lifting. Artisti che non sono passati dalla fiction al teatro per un uso errato della parola arte, anche se la fiction talvolta devono frequentarla pur di lavorare (o no!).
Paola Pitagora dunque e Roberto Alpi. La prima festeggia quest’anno 50 anni di carriera e non sembra dimostrarli, vista la sua tenacia nel voler continuare il lavoro di attrice, mentre il secondo è famoso per aver interpretato Centovetrine. L’esperienza dei due attori si avverte e il pubblico ha un motivo in più di continuare a frequentare il teatro di parola.

Honour ci conduce nella banale vita medio borghese di una famiglia composta da un giornalista famoso e suo moglie scrittrice, la quale ha abbandonato la sua fiorente carriera per seguire quella del marito, sostenendolo e dandogli una figlia. I due sono sposati da trentadue anni e la loro vita rappresenta un perfetto quadro di ovvietà borghesi, fatta di soldi, vita mondana, amore dichiarato e desideri repressi, monotonia evidente.
Un giorno arriva una giovane aspirante giornalista, carina quanto spregiudicata nello sciorinare certezze di vita e falsamente adulatrice. Mira a tutto. Carriera, uomo potente da sfruttare per le sue conoscenze, sesso, passione, soldi, successo, carriera, senza rinnegare sè stessa o fare compromessi. Si insinua nelle vite dei tre malcapitati con la sfrontatezza tipica di chi è inesperto, dispensa i suoi consigli a tutti ed è ben consapevole dell’effetto del suo sex appeal su un vecchio di sessant’anni.
La scusa è la scrittura, una biografia da completare sul famoso giornalista. La giovane sembra subito attratta del fascino del vecchio intellettuale e il gioco è fatto! Si innamorano (?), lui lascia la moglie, va a vivere con la nuova fiamma e cerca di dare spiegazioni alla figlia! Iniziano così una serie di scontri fra i quattro protagonisti, dove la giovane sembra avere la meglio per la sua dialettica e sicurezza, la figlia mostra tutta la sua insicurezza, prezzo da pagare per una vita vissuta nell’agio, la moglie incassa il colpo quasi giustificando il marito e la storia sembra confezionata in un banale ménage à trois. Ma attenzione arriva il ribaltamento nella trama! Finalmente la vecchia moglie non è la vittima apparente di questa storia, bensì la prima che si reinventa e ricomincia a scrivere. Ottiene il successo, mentre la giovane nel tentativo di pubblicare un suo romanzo, viene fermata dal suo amante, per la mancata qualità del suo lavoro. La giovane vorrebbe diventare una brava scrittrice, come la vecchia moglie che tanto ammira e accusa per aver abdicato alla carriera ed è qui che trova l’ostacolo. La sua folle corsa verso il successo le ha fatto perdere di vista sé stessa e nel momento in cui confesserà alla sua nuova fiamma di non essere innamorata di lui, metterà in luce tutto il suo egoismo e la sua forza distruttiva. Non rimane che constatare un solo punto a suo favore. La sua incursione nella vita dei tre borghesi ha contribuito a metterli di fronte ai loro desideri, dubbi e sentimenti repressi, rimescolando le carte della sorte e mostrandoci un finale non del tutto scontato!
Il ritmo serrato della scrittura è ben detto in una sequenza interminabili di round che trasformano la spoglia scenografia in un campo di guerra della parola. Si parla di sentimenti. I dialoghi tengono alta la concentrazione del pubblico lanciato verso la scoperta del finale, il quale non può essere così ovvio come tutta la storia.
Gli attori sono molto bravi e risparmiamo la noia sul filo del rasoio, data l’ora e mezza di un atto unico.
Franco Però, il regista, si è avvalso della traduzione di Masolino d’Amico e porta lo spettacolo agli applausi finali grazie all’affiatamento dei quattro attori.
Accanto ai vecchi protagonisti troviamo Viola Graziosi nel ruolo della giornalista e Paola Giglio in quello della figlia.
Honour rimane comunque una commedia dove la protagonista è la parola. Tuttavia il testo potrebbe coraggiosamente essere preso in considerazione dal teatro sperimentale e il silenzio essere utilizzato come arma di rappresentazione. Ma questa è un’altra storia.

di Cristina Capodaglio