Fuori Menù 6: Diario di Viaggio – Dieci passi in Islanda


Vatnajökull

Vatnajökull Glacier

Primo passo #Islanda non ritorno

Quando Daniele mi disse “buon ritorno amico mio” sapevo a cosa si riferiva. Ritornare è un verbo spesso sottovalutato, soprattutto quando si tratta di un viaggio. Impossibile ritornare davvero da qualche parte, puoi crederci certo, ma non ci tornerai. Tu e quel posto non esistete più. Ritornare significa solo proseguire, riprendere un discorso interrotto, un viaggio di qualcun altro. Mi tuona in testa Saramago, nelle parole di Daniele, che voleva dirmi questo: “Buona fortuna”. Fortuna, per questa specie di vulcanesimo che esplode nell’islanda di tutti, con l’avvicendarsi di non luoghi e non persone e poi subito di luoghi, estremi e di persone, poche e giganti. Bisogna trovarcisi. Qui. E poi ero incollato al volante sbigottito, mentre “ritornavo”. La strada dall’aeroporto per Reykjavik è lunga un’ora di distese di lava nera, sulla destra e lingue di mare, sulla sinistra, che fortunatamente non parlano islandese. Takk. Ritornare è un verbo kitsch, qualcosa che ha più a che fare con il lessico familiare che con la letteratura. Qualcosa che non parla davvero. Ma stavolta parto soltanto da Reykjavik. Primo giorno è il giorno dei ricordi, “sono già stato qui, caro vecchio io, non mi tormentare, non esisti”, da domani, continuando verso nord, inizierò a ricordare in avanti. Ora spengo la luce, che qui, oggi, sembra incapace di morire.

Secondo passo #Dialogo di un italiano con il muschio. Dallo Snaelfness a Breidavik.

“Lo spirito viene dal corpo del mondo.O così pensava Mr. Homburg… La maniera della natura colta in uno specchio. E lì diventa la materia di uno spirito. Uno specchio pullulante di cose che vanno fin dove possono.” (Wallace Stevens)

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Breidavik

Quello che non bisogna volere nella propria Islanda è chiedersi chi o cosa stia conducendo questo viaggio. Voglio dire. Dopo chilometri e chilometri di sterrato lunare e nebbioso, a chi importa? Oggi camminando a piedi nudi sulla riva di Breidavik e poi tra i sassi e la tundra, mi sono ricordato che qui esistono due sole scelte. Quando arrivi nella tua Islanda, devi scegliere uno dei due sensi disponibili, orario od antiorario e poi dove dovranno finire ognuna di queste tue intramontabili giornate di luce.

“Era là, parola per parola, la poesia che prese il posto del monte” (Wallace Stevens)

Ore 22.40 la luce ancora mi cade giù dal costone altissimo sulla riva del mare, dalla riva alla spiaggia e dalla spiaggia alla mia finestra. La montagna di fronte sembra una cascata di sassi, perfettamente squadrata. Le montagne della tua islanda sono schiacciate ed in continuo movimento, mi chiedo se anche io non abbia quella stessa inesauribile fonte di pietre e pietriciattole da lasciar scivolare addosso…Ho scritto una cazzata:

Il giorno in cui non ero mai stato
camminavo senza scarpe,
senza piedi, senza gambe,
camminavo, stempiato
come un orologio su se stesso.

Oggi ho guidato la mia prima gravel road, ero come la superficie di un compact disk durante la cancellazione totale.
Sono stato di fronte ai quattro vulcani, io e loro. Muti. Il vento in un rispetto costante, scendeva amichevole a schiarire le nebbie, ero io il vulcano più pericoloso per la mia Islanda.

Sai.
Credo di essere questo fiordo, tutto silenzioso, senza anima viva, appena sotto il circolo polare, tutti i giorni ad aspettare la nebbia.

Terzo passo #Io, strapiombo sull’oceano. Presso Isafjordur.

C’è una sapienza innata nelle strade sterrate dei fiordi del nordovest, fai decine di chilometri per ritrovarti esattamente nello stesso punto, ma di fronte, nel lato opposto del fiordo. In un’altra Islanda faresti ironia sull’utilità dei ponti, ma non nella tua, dove strade di ciottoli a strapiombo su valli incantate, sono esattamente quel che ti aspetti: assenza del tempo e dei suoi effetti sulle tue scelte.

Ho avuto la stupida idea di chiedermi come fa l’oceano ad entrare con le sue lingue lunghestrette dentro la terra e a squarciarla, come fosse un amante che minaccia la solidità dell’amato, travolgendolo. Deve essere il pesce secco di cui continuo a cibarmi.

Devo ricordarti anche che quando sono arrivato ad Isafjordur, ho deciso che non sarà lei la capitale della tua Islanda. Troppo modesta , sul suo piccolo istmo, non vuole competere col paesaggio che la accerchia. Sarà solo un luogo di passaggio. Un momento di sopraffazione. Domattina ti alzo presto, vediamo se Akureyri è la tua città.

Quarto Passo #Ciò che non siamo ciò che non vogliamo. Da Isafjordur ad Husavik

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Dettifoss

“Non puoi percorrere la via prima di essere diventato la via stessa” (Gautama Buddha). Ok. Neanche Akureyri è la tua citta’. La strada percorsa da Isafjordur è stata interminabile, tanto quanto l’intensità del paesaggio con cui hai stancato gli occhi. Qualcuno guidava, forse io. Akureyri non era nessuno, è stata una sosta tecnica dell’Io. La mattina dopo la tua Islanda era di nuovo riposata e ad Husavik ho trovato la tua casa. Un cottage davanti ad un lago, l’oceano poco più in là che si confonde sotto una fascia di vette biancastre, tutto avvolto da questa coltre silenziosa che mi insegue. Senza ombra di dubbio entrambi eravamo quel luogo.
“Ma la nostra natura consiste nel movimento, la quiete assoluta è morte” (Pascal). Non sarà una casa da abitare, ma da ricordare di aver abitato. Dovrai protrarre questo ricordo all’infinito, il domicilio è una condizione mentale. Sarà il tuo miglior rifugio ed io ti aspetterò lì.

Quinto passo #Gli uomini sono silenzi. Geotermici. Presso Lake Myvatn e Krafla Volcano

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Krafla

Il mistero di un vulcano è che in esso non c’è alcun mistero. Siamo fatti della stessa pasta. Cenere, vapore, scoppi fuori, scoppi dentro, quiete, campi di lava, macerie. Abbiamo anche quello stesso strano condotto, quello interiore, che ci tiene profondamente a terra, quello che parte dalla camera cranica, correndo lungo la dorsale, fino a piantare i piedi. Oggi ho camminato i tuoi crateri fumobollenti, mi sono immerso in questa tua acqua primordiale, ho respirato quell’odore precario della Terra viva e mi sono sentito stanco, incapace di gestire tutta quel’energia.
Non riesco proprio a trovarla questa tua Islanda, ché quando me ne approprio, non è più tua.

“Vado, sebbene piano” (Proverbio Islandese)

Sesto passo – Tutti i nomi. Presso Seydisfjordur, East Iceland –

Soggiornare in un villaggio di 500 anime, di cui puoi percepirne solo una ventina, schiacciato al fondo di uno stretto fiordo lungo 17 km e dotato di nuvola perenne propria che, come programmata, si stende ogni giorno alla stessa ora, sulle strade e poi si rialza, fingendo di andarsene, ripiegando dietro la montagna, spiega l’idea dell’inutilità dei cognomi in questa Islanda. Qui ci sono solo nomi. Accanto ai nomi dei figli, i nomi dei padri. Ma solo nomi.
Nella tua Islanda non ci sono veri abitanti. Quelli che vedi sono prestati a questo luogo, come di fermo passaggio, non mettono radici, no dinastie o mafie. Solo una sopportazione, una calma lunare, la sublime bellezza dell’essere in balia di questo territorio così individuale, così intellettuale, da sembrare disumano e troppo umano.

Nella tua Islanda ci sono solo altre 300.000 solitudini.

Settimo passo #Il principio di scongelamento. Presso Vatnajokull, Iceland

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Jokursarlon

Oggi mentre scattavo una foto all’Alcoa, una fabbrica lunga due chilometri, serenamente adagiata in un fiordo dell’est, con la naturalezza di una cascata o di un banco di nebbia, ho riflettuto sulla cosa più sconvolgente di questo viaggio: continuo a darmi del tu. Parlo ad un me esterno, che seppur fabbricato, sta qui con la naturalezza del fiordo e della fabbrica. Devo ricordarmi di raccontarti della laguna che ho visto stasera, Jokulsarlon. Quella creata dall’incontro del ghiacciaio Vatnajokull con l’Oceano. Due masse che si combattono. Tu non sei l’oceano, bensì quei cento iceberg che mi frantumo per non diventare acqua. Il risultato è questo enorme lago pieno di sculture di ghiaccio multiformi, ognuna un Io. Ma forse tu sei anche altro. Il problema è la contemporaneità. Se tu sei me, mentre io sono te, avremo sempre delle difficoltà di comunicazione. Eppure una cosa è certa, senza di me non ci sarebbe la tua Islanda, mentre la mia, la mia continuerebbe a perdere iceberg nell’oceano, credendola un’arte.

Ottavo passo #Segretolando. Presso Skaftafell, South Iceland
Sotto di me, enorme e sordo il ghiacciaio Vatnajokull. Sono diverse ore che cammino, ma questa vista mi riposa. Lingue che sembrano fiumi fermati da un patto col tempo e quel senso di segretolamento. Un giorno di camminata nella tua Islanda è una scalata in me stesso. Ho paura che tutti i sentieri della mia vita siano circolari, anche se cerco di percorrerli fuori strada.
Sento che questa mia Islanda è di nuovo quel non luogo che tendo ad abitare quando sono in tutti i luoghi. Sento. E non voglio più farla tua.

“I viaggi sono i viaggiatori. Quello che vediamo non è quel che vediamo, bensì quel che siamo” (Pessoa) o quel che resta, tentando di essere, a imbellettare il paesaggio.

Nono passo #Sono il raggio di un cerchio. Presso Reykjavik
Se qui non si ritorna mai, tantomeno si torna dalla tua Islanda. Anche dopo oltre 3000 km di strade in buona parte sterrate. Non si torna. Resterai a percorrere questo cerchio di vie da Reykjavik ai Fiordi Occidentali, fino a quelli orientali, passando per il grande nord per poi riscendere a sud, se qui esiste un sud, a frantumarti come i ghiacciai e a sentirti un po’ come uno di quei vulcani che di tanto in tanto si devasta intorno e poi di nuovo. Piste e piste nude come la terra che le circonda. Reykjavik, fiordi, nord, sud. Non si torna.
“Il viaggio non finisce mai” ma caro Saramago, questo viaggiatore non è ancora finito. Il viaggio ricomincia sempre.
Lo dicevo oggi, affacciato sulla faglia Eurasia/America. Io, solo, forse, torna, e Reykjavik stasera è una festa.

Decimo passo #Data Sconosciuta. Presso Nowhere. La tua Islanda. Giorno Zero.

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Statale 1

Ho ricominciato il giro. Stavolta non posso che raccontarti subito delle strade della tua Islanda, quando diventano improvvisamente sterrate, a volte appena battute. C’era da aspettarselo, sai, le vie sono quel margine umano che ti infastidisce, qui. Dove la nebbia è l’incapacità di ricordare indietro. Objects in mirror are closer than they appear. Ti ripete lo specchietto.
Sulle piste a fondo quasi naturale, si va in prima, a volte in seconda; non guidi davvero tu, è la strada che guida, tu correggi solo, quell’andare caotico, cerchi di umanizzarlo. Quando l’islanda ti dice che stai correndo, è lei che, tra mille tremolii, ti toglie la marcia, lasciandoti in folle, acceleri a vuoto, ti fermi. Rimetti la prima, superi quel momento ondulatorio, spinto, dello sterrato, tremoli un po’ anche tu, ti sistemi il sedile. Ti guardi intorno. Sei quel paesaggio lunare.
E poi riparti.
Non hai mai guidato così bene.

Non passo #Contenuti speciali

Soundtrack indigena consigliata in Islanda:

– Of Monster and Men

– Sigur Ros

– Seabear

– Amiina

– Mum

Per le foto presenti nell’articolo si fa espresso riferimento alla licenza di WSF

Una discesa tra le righe con Barbara Coffani


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Barbara Polettini Coffani è nata a Mantova nel 1969. Il vero nome è Barbara Polettini; l’aggiunta del secondo cognome è dettata dall’intima esigenza di “dare voce” anche alla linea di sangue materno.
Laureata in lingue e letterature straniere, naturopata e psicologa in formazione, vive  a Verona dove lavora come insegnante e formatrice, in particolare con seminari di lavoro sul corpo. Si interessa da anni di ricerca su miti e archetipi, sciamanesimo ed antropologia.
Collabora con case editrici e con la rivista d’arte “Bacchanale”  ed è autrice de “La danza della luna”, “Mestruo, maternità, menopausa”, “Il sentiero delle amanti del Vento”, “Un thé con Eva e altri racconti” che include racconti come “La lupa”, “Un thè con Eva”, “Le sirene” e “La memoria del grano”; è autrice di “Symballo”, di prossima uscita per Atmosfera e de “Il veleno”; inoltre dei lavori teatrali “Le Sirene” e “Un thé con Eva”, tratti dai racconti omonimi, “Another kind of love” e “The temptress”.

Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mi raccontavo le favole, da piccola. Da bambina preferivo stare da sola, più che con gli altri bambini a giocare. Amavo andare in giardino con un libro e stare lì a leggere. Mi raccontavo favole da sola come se mi costruissi un mondo mio. Ciò mi rendeva molto più serena che frequentare gente (questo mi accade ancora tutt’ora). Nella solitudine, tra l’altro, ti crei sostanzialmente il mondo come lo vuoi tu.
Poi, stare sola è diventato necessario, così come scrivere tutti i miei pensieri; è diventato necessario ascoltare quello che avevo dentro: avevo un quaderno a righe con la copertina marrone, e lì scrivevo tutti i miei pensieri e le mie considerazioni. Scrivendo ho iniziato a sentire che stavo bene e alla fine non ho più potuto farne a meno.

Qual è il tuo pensiero riguardo la scrittura?

Da un po’ ho cominciato a dubitare di essere io ad inventare le storie. È come se esistessero già: è come quando ascolti la radio e devi cercare il canale dove si sente bene; in certi momenti due stazioni radio si sovrappongono: ecco, mi sento così quando comincio a scrivere. Perché è come se mi sintonizzassi sul canale dove c’è la storia. Quando la storia non è ancora ben delineata riesco a captare soltanto qualche frase, come quando per radio non hai trovato ancora la frequenza giusta. Passano magari settimane o anche mesi prima che riesca a ri-sintonizzarmi su quella frequenza. Poi ad un certo punto la trovi e “arriva giù tutto” come una cascata. Arriva lo scheletro della storia. A quel punto lì, ho bisogno di due o tre giorni per scrivere tutto, mi riferisco allo scheletro della storia, non alla sua rifinitura. Ma in quel momento comunque la matassa si sgroviglia. Per questo inizio a credere che le storie esistano già senza di me: io le faccio soltanto passare.
Da una storia all’altra cambio completamente, mi trasformo: cioè, in un racconto ho parlato di una strega, poi di Eva, poi di Maddalena: sono personalità troppo diverse (almeno che non siano varie voci di me che parlano) … Non lo so, anche per questo mi sembra strano che sia tutto dentro di me… Sta di fatto che la scrittura mi arriva in questo modo. Fra l’altro se inizio a scrivere riguardo ad un certo personaggio, poi entro nel suo mood ed inizio a comportarmi come quel personaggio, adottando atteggiamenti simili. È come se io venissi “presa” da quel personaggio, capito? Credo che sia qualcosa di simile a quando reciti sul palcoscenico.
Se mi conosci di persona e leggi ciò che compongo, ti rendi conto che appaio totalmente diversa da ciò che scrivo. Però la scrittura è un momento catartico, ed essendo solo io e il mio foglio, in intimità, mi permetto di non avere mediazioni o filtri. Quando sono da sola con il mio foglio bianco non ho censure, per questo è catartico, vado giù proprio fino in fondo senza preoccuparmi di cosa pensa chi legge, penso solo a stare in contatto con quel personaggio che mi parla. Se dovessi pensare alla reazione di chi legge, probabilmente non scriverei più niente.
La scrittura per me è una medicina, è purificatrice. Ti guarisce, ti … non so, mi fa star bene. E poi ogni volta è una specie di parto, perché quando arriva la storia ti sembra di “riempirti” tantissimo e poi cominci a scrivere e scrivi, scrivi, scrivi, finché non ti senti svuotata.

Come definiresti l’ispirazione?

È uno stato di grazia.
Non son convinta che sia qualcosa che nasce da dentro, per quel che mi riguarda credo che il mio “dono” sia una certa morbidezza, che mi rende ricettiva rispetto a ciò che arriva dall’esterno. Credo che l’ispirazione sia qualcosa che ti viene concessa, ma non so da dove arrivi… Quando mi arriva a volte mi viene anche la febbre. Di solito, un po’ di tempo prima che arrivi ho bisogno di stare come isolata dagli altri, da tutto. È come se dovessi preparami perché ti passa dentro qualcosa, ti prende qualcosa …
L’ispirazione è bellissima: è l’entusiasmo, dal greco en –theos, Dio dentro. È uno stato di grazia, quando arriva sei piena di tutto e stai … bene! Però puoi fare solamente quella cosa, infatti anche mio marito ed anche mia figlia sanno che in quel momento io non ci sono: per nessuno. Infatti anche loro si sono attrezzati e quando vedono che comincio ad essere “presa” da una storia, si organizzano con blocco e matita… Non si sa mai che “il parto” arrivi proprio quando stiamo pranzando o siamo per strada… Sai che io il cellulare lo odio, però lo porto sempre con me perché se non ho carta e penna, se mi viene qualcosa in mente mi mando un messaggino, altrimenti dimentico tutto.

Di seguito l’autrice espone il contenuto dei suoi libri e la loro storia.

Il sentiero delle amanti del Vento

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L’ho scritto tra i 18 e i 27 anni.
La protagonista, Rosa, è “nata” quando avevo 18 anni, ma tra l’idea e la realizzazione del romanzo ci sono stati tanti eventi, che non mi hanno permesso di scrivere; in quegli anni lì, ho vissuto come lontana dalla scrittura. Finché ad un certo punto la vita mi ha dato un grandissimo dispiacere. Lì, mi sono fermata. Mi sono chiusa in casa, ho ricominciato a parlare di Rosa e in 15 giorni ho raccontato di lei e della sua vita…
Rosa è una ragazza “diversa”: non è come le sue sorelle, non è come la gente del suo paese, è diversa anche nell’aspetto fisico. E cerca l’amicizia di una vecchia di nome Malvina, che vive da sola, isolata in un bosco, lontana dalla confusione del mondo. In realtà, quest’amicizia si trasforma in un apprendistato e Malvina insegnerà a Rosa a conoscere la natura, i suoi segreti e soprattutto a tirare fuori da se stessa quello che è. Le insegna a fare ciò che è venuta a fare al mondo.
È stato il primo libro che ho scritto: ricordo che l’ho mostrato alla mia insegnante di francese, quella che aveva fatto da relatrice alla mia tesi di laurea. Lei per me è stata un po’ come Malvina per Rosa: lo lesse, mi fece delle correzioni e mi disse che era scritto bene. Mi incoraggiò, in qualche modo. Lo tenni nel cassetto per alcuni di anni, poi lo ritirai fuori e lo auto-pubblicai.

“Perché vieni qui?”
Rosa attendeva da tempo questa domanda, ma benché ci avesse riflettuto spesso non era in grado di rispondere.
“Non so. Nessuno viene mai qui, oltre a me. Forse, sei stata tu a chiamarmi.”
Malvina posò il lavoro e la fissò intensamente con i suoi occhi indefinibili.
“Dici così perché pensi al nome che mi hanno dato.”
Queste parole punsero il cuore della giovane.
“No, Rosa. Io non ti ho mai chiamata. Tu mi hai cercata.”
Rosa la guardò, muta. La vecchia si pose un dito sulle labbra.
“Ascolta,” sussurrò, “il silenzio del bosco è fatto del canto degli uccelli e del fruscio del vento fra le foglie. La tua voce di bambina è come il cinguettio dei passeri, e la mia voce di vecchia è come il fruscio delle foglie. I nostri discorsi non disturbano il bosco, perché si armonizzano con le sue voci e con il suo silenzio. Ma quando voci e parole stridono spregevolmente fino a sovrastare le chiome dei pioppi, ecco, allora si compie un sacrilegio.”
La vecchia fece una pausa, poi si rivolse a Rosa con inaspettata dolcezza: “Se tu non venissi più qui, soffrirei molto.”

La danza della Luna

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L’ho scritto dopo che è nata mia figlia ed è collegato agli studi di naturopatia che stavo facendo in quel tempo.
In questo testo ho messo in relazione le fasi della vita della donna e le fasi lunari; volevo assimilare il ritmo femminile al ritmo lunare, per dare in qualche modo una specie di “calendario” da seguire per ricollegarsi alla propria natura… per imparare a sentirsi, anche ascoltando l’istinto… per imparare a rispettare i propri tempi e le proprie esigenze… quando una donna è in luna piena, è molto diversa da quando è in luna calante e anche le sue esigenze e quello che può dare e fare sono diversi…
Poi ho iniziato a studiare gli Archetipi e ho trovato altre relazioni tra le fasi lunari e alcuni archetipi; infine, studiando Naturopatia ho scoperto delle analogie tra erbe e fasi lunari e archetipi… Come naturopata, lavoro in maniera analogica e quindi ad esempio, ad una donna che ha dei disagi in una certa fase del suo ciclo, suggerirei dei rimedi specifici, “analogici” a quella fase e a quella fase lunare. È un po’ come portare una “fase della luna” nel corpo della donna. Quando parlo di ciclo non mi riferisco al ciclo mestruale, ma all’intero ciclo vitale.

Mestruo, maternità e menopausa

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Questo libro è nato dalla mia tesi di Naturopatia: qui ho preso in esame il simbolismo di tre momenti della vita di una donna (il mestruo, la maternità e la menopausa). Secondo me questi sono momenti molto ricchi, che possono portare consapevolezza e sapere. Solo che nella società moderna sono stati quasi trasformati in patologie e sono stati vuotati del loro reale significato e della loro effettiva forza. Se una donna ne riconosce il valore, ha accesso ad una sorta di impoteramento… è come se si riappropriasse di un antico sapere, e di parti di sé. Anche qui, in calce, ho messo un prontuario di rimedi naturali utili caso per caso.

Entrambi questi lavori appartengono ad una fase in cui stavo lavorando sul femminile. Mi hanno permesso di entrare in contatto con molti archetipi, ma mi sono anche resa conto che alla fine, la voce che parla è una sola ed è la voce della grande madre. Adesso sono in una fase diversa e infatti li ho ripresi in mano, ci sto di nuovo lavorando: sento che devo aggiungere cose nuove perché anche io sono cresciuta.

Symballo

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Questo libro è stato partorito nel periodo in cui studiavo la figura di Maddalena. Per me Maddalena è collegata alla figura della Torre dei tarocchi. Lei era nativa di Migdal Nunia (o Magdala, infatti è da lì che deriva “Magdalena”) e qui c’era una torre dove si essicava lo spratto blu, un pesce particolare molto apprezzato all’epoca. Quando ho letto questa storia della torre, la mia testa ha fatto un collegamento con l’arcano dei Tarocchi, anche se non credo c’entri nulla. Ho cominciato a collegare Maddalena -> Torre, Maddalena -> Tarocchi. Allora sono andata a vedere le figure dei Tarocchi in un mazzo un po’ particolare che mi aveva regalato mio padre (io non me ne intendo di Tarocchi, e mio padre ha trovato questo mazzo casualmente). Ci sono due carte, quella delle Stelle e quella della Papessa che mostrano personaggi simili a danzatrici orientali, molto sensuali e sontuose. È in questa sensualità e corposità che ho sentito e riconosciuto Maddalena, che fra l’altro non era neppure una prostituta, come comunemente si crede.
Dopo qualche giorno, è arrivata la storia. Ricordo che ero andata a fare una corsa ma dopo cinquecento metri sono dovuta tornare a casa a scrivere!
L’archetipo Maddalena qui è espresso dalla Cartomante, la narratrice della storia. Attraverso i tarocchi, e la lettura che ne dà, lei racconta le storie d’amore della protagonista e in effetti il libro è, di fondo, un viaggio, fatto attraverso i simboli dei Tarocchi, nelle emozioni collegate all’eros.
Secondo me la cornice è molto interessante …vuoi sapere anche il finale? (ci dice scherzando)
Il messaggio di fondo è comunque la riscoperta dell’amore fisico che spesso viene disprezzato, ma è uno dei pochi veri mezzi per conoscere l’altro. Un po’ come quello che è accaduto alla prostituta pentita, che, a differenza di tutti gli altri, Gesù ha accolto perché “ha molto amato”, e un po’ anche come accade a Maddalena, che pare fosse la sposa, mai riconosciuta, di Gesù, quindi una sorta di richiamo alla carnalità di Gesù, come dimostra anche il fatto che proprio lei ne ricompone il corpo, dopo la crocifissione, e il fatto che dopo i tre giorni proprio lei va al sepolcro a cercarne il “corpo”. Sono convinta che la reale e completa conoscenza dell’altro possa essere davvero possibile solo attraverso il contatto fisico.
Questo testo è in pubblicazione per Atmosfera, casa editrice di Mauro D’Angelo.

Ho perso il conto degli anni delle mie carte. Non so più se sono con me da secoli, o da millenni. La loro superficie è sbiadita, consunta dalle centinaia di tocchi delle mani che le hanno mescolate, alzate, girate e interrogate. Le figure sono quasi scomparse. Coloro che si rivolgono a me non capiscono come io possa interpretarle e comprenderle; a loro, le immagini appaiono indistinte e sfocate, a malapena riescono a leggere frammenti di un numero… Per tutti è così, ma non per me. Io vedo tutto.
L’arte dei tarocchi mi fu insegnata da un mago. In una notte di inizio inverno, dove il cielo era splendente di stelle mai viste, egli venne a bussare alla mia locanda insieme ad altri due compagni.
La mia locanda è sempre aperta a tutti i pellegrini, a tutti i passeggeri, ai viandanti, ai cercatori… A chi si mette in cerca di fede, di oro, di sogni… A nessuno chiudo la porta. Né il mio letto. Chi può mai sapere? A volte, sotto al mantello lacero di un mendicante può celarsi un dio.
Concedermi ad un uomo ogni volta diverso è un atto che perpetua il piacere: quando inizia il rituale del corteggiamento, quando la voce del mio amante si abbassa, il suo sguardo si fa più intenso, il suo volto si avvicina di più al mio… quando sfioriamo la soglia del primo bacio il tempo si ferma, ed è come se fossimo risucchiati l’uno verso l’energia dell’altro, e l’uno per l’altro diventiamo un abisso. In quel preciso istante, io tocco l’eternità. Mi coglie una vertigine. Come una vergine, “Ecco,” penso, “sta per baciarmi.” Conosco i gesti che seguiranno. Ma non conosco ancora lui, e così lo lascio andare avanti e mi stupisco ogni volta, nell’assaggiare la sua lingua. Così, questo è il suo sapore? Questo è il suo modo di amare? E’ così, quest’uomo che non conosco? E mi scosto da lui, lo guardo stupita con occhi nuovi. Nelle sue pupille vedo me stessa sempre giovane; accarezzo la sua pelle con lo sguardo e mi sembra che riverberi d’oro; prendo un attimo il respiro, e subito dopo ricominciamo. Voglio ancora gustare di lui. Solo a questo punto mi abbandono. Ed egli è già parte di me. […]
Sono passati tutti, da me, con i loro dubbi, le loro paure, le loro ossessioni e curiosità. In realtà, unica è la domanda che li accomuna: desiderano conoscere quale sorte li attende in amore. Aspirano ad un legame eterno, parlano di spirito e di anima gemella e non comprendono… Non comprendono che l’amore è nel corpo, e che al di fuori di questo non c’è altro che il fuoco del desiderio, che brucia spietato senza dare pace. Questo, è ciò che i preti chiamano l’inferno.

Il veleno

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Il veleno è la catarsi: lì ho davvero buttato fuori tutto quello che avevo dentro. Se in Symballo ho parlato di un femminile molto erotizzante quasi in funzione o comunque dipendente dal maschile, qui c’è stato un distacco dal maschile. Ma non un rifiuto. c’è una specie di “restituzione”, verso il maschile, di ciò che ha inquinato e fatto soffrire una donna: come a dire “riprenditi questa roba, non mi appartiene”..
È la storia dell’amicizia tra due donne. Una di loro, Dominique, un giorno si trova sull’orlo di un burrone, a meditare sul suicidio come unica soluzione ai suoi problemi. Prima di farlo, però, si rende conto che, pur avendo vissuto “male”, ha ancora la possibilità di “morire bene” e quindi decide di farlo accanto all’unica persone che l’ha realmente amata in vita sua. Allora si reca da Lyssa (fra l’altro ho scoperto dopo che per i greci è il nome del demone della Mania), pensando che sia l’unica persona che la può aiutare a mettere in atto il suo proposito.
Pensa che in quel periodo facevo lunghe passeggiate e ricordo che una volta sono arrivata su una sopraelevata. Si sentiva un vento fortissimo, così forte che quasi mi spostava. Guardando le cime delle piante che si muovevano sembrava di vedere un serpente enorme. Mi dissi: “ma questa è Lilith!”. Non so, naturalmente, se fosse proprio lei…di fatto che ho voluto parlarne, all’inizio del romanzo. È nata da lì l’idea del suicidio nel burrone. La scena iniziale è talmente forte, carica e distruttiva che qualcuno, dopo averla letta, se ne è sentito infastidito. C’è gente che leggendo mi ha detto: “tu devi farti curare” … il fatto è che si vorrebbe leggere e sentire solo di cose carine, ma ci sono anche cose brutte nella vita!
Quando le due amiche si ritrovano, Lyssa capisce subito l’intenzione di Dominique e le consiglia di provare a “buttare fuori tutto” fuori prima della morte, poiché dopo non potrà più farlo. Quindi Dominique inizia a scrivere delle lettere per i suoi amanti. Contemporaneamente, Lyssa cucina per lei e scrive una raccolta delle sue ricette. A parte aggiunge, inoltre, una variante “velenosa”, con ingredienti naturali mortali tipo l’aconito o la belladonna, e suggerisce a Lyssa, in maniera provocatoria, di proporle agli uomini che l’hanno fatta soffrire. Il libro diviene quindi una doppia raccolta di lettere: quelle in cui Dominique riversa il suo odio e quelle delle ricette di Lyssa, che sono una forma di amore e nutrimento.
Tra l’altro queste ricette sono tutte prese dalla mia famiglia: sono andata da mia madre e da una mia zia a chiedere come facevano le donne della mia famiglia a cucinare certi piatti. Questo tuffo nelle mie origini mantovane mi è piaciuto particolarmente.

Ultimamente cerco di uscire di casa spesso. Per muovermi, per camminare, per scaricare la tensione, per non pensare e per non impazzire, e perché ormai so, grazie alle mie numerose precedenti esperienze fallimentari, che meno sto in casa da sola, meglio è. Se non altro, non corro il rischio di fare telefonate indegne ed insulse, o di mandare sms lacrimevoli a gente a cui non importa nulla di me. Se non altro, cerco di non perdere quel po’ di dignità che mi è rimasta.
Ho trovato un sentiero che mi piace, appena fuori dalla città, in mezzo alla natura. L’ho scoperto qualche settimana fa, percorrendolo per caso in pausa pranzo, per non finire in uno dei soliti bar con colleghe con cui non ho niente da spartire, i cui discorsi sul capo e sull’ufficio non farebbero che peggiorare il mio stato d’animo. E’ diventato il mio sentiero-della-pausa-pranzo. Seguendolo sono arrivata fino a una collina, che sale e si conclude bruscamente con un precipizio. Fa un certo effetto, sia perché è appena fuori dalla città, ma sembra di essere fuori dal mondo; sia perché il burrone ti si apre davanti di colpo con un effetto mozzafiato, dopo un’ultima curva in salita. Tu cammini e cammini, e pensi che ci sia ancora un sacco di strada, e invece la strada finisce…
Così.
Sotto si stende un faggeto.
In quel punto tira sempre un vento molto forte. È il posto giusto per me. Appena sopra il vuoto. Se il vento spingesse solo un attimo di più, precipiterei, e non sarebbe stato possibile evitarlo.  Negli ultimi tempi mi sembra l’unico luogo dove riesco a respirare, l’unico dove c’è abbastanza aria per me. In tutti gli altri mi sento “stretta”, mi sento soffocare, sto male.
E’ stato lì, con tutto quel vento nel naso, che l’ho sentita. Ho capito che è arrivata nella mia vita. L’ho capito dalla forza, dalla potenza del desiderio che ho provato all’improvviso verso il mio ex. Non un desiderio amoroso, sano, bensì il desiderio di odiarlo, di arrabbiarmi con lui e di fargli del male. Se solo fossi capace di dare sfogo al marasma di emozioni che mi rivolta cuore, stomaco, e probabilmente anche cervello… beh, se solo potessi farlo, voi non stareste leggendo queste pagine. Avreste sentito parlare di me al telegiornale, il mio nome coinvolto in qualche torbido delitto passionale estivo. Mi sembra di sentire i titoli alla tv: “Insospettabile signora per  bene coinvolta in un truce assassinio: irriconoscibile il corpo del marito”, o cose del genere. Forse, nella mia personalità c’è un nucleo da serial-killer… Vorrei essere capace di desiderare di graffiarlo, morderlo, strapparlo a pezzi a dentate, lacerarlo e tagliarlo con un coltello da caccia… o con un falcetto, meglio ancora, minuto, affilato, maneggevole, adatto alle mie mani piccole, e lasciare le sue parti più tenere in balia dei corvi e delle bestie urbane… I coglioni, soprattutto, quei maledetti… Vorrei desiderare di farlo soffrire come ha fatto lui con me… Non so che gli farei… Ma non faccio nulla. Mi limito a guardare dritto in avanti, senza riuscire a provare nulla, eccetto un grandissimo dispiacere fisso e ingombrante, che mi pesa e mi gela il petto come un enorme blocco di ghiaccio nero.
Ecco perché Lilith. Lei è venuta per scuotermi, per spingermi a reagire, per portarmi dove prima d’ora non ho mai osato andare.
Sul bordo del precipizio ci sono altri faggi molto belli. Non vecchi, avranno forse venti,  trent’anni, sono snelli e flessuosi. Mi piace guardarne la cima, guardare come il vento scompiglia le foglie e come i rami più alti si piegano, al soffio… e mentre mi perdo in quel verde, mi accorgo che non si tratta di una corrente d’aria: è un lungo, potente respiro, a muoverli…
Lilith è qui.
La immagino come una grande donna cieca che si muove a tentoni nel buio, cercando… e d’improvviso le sue immense ali nere si aprono e si alza il vento…
Nella mia vita, lei ha il volto e le fattezze di Lyssa.

La memoria del grano

È l’ultimissima cosa che ho scritto. Uscirà prossimamente su Bacchanale. Ormai conosco i “sintomi” dell’ispirazione. Per scrivere “La memoria del grano” mi è venuto un gran mal di testa. Dopo, mi sono messa in ascolto e ho detto alla protagonista della mia futura storia: “Allora com’è che ti chiami tu? “Ma…”… “Ma…”… “Maddalena…?” No! Non ti chiami “Maddalena”! “Ma…” “Ma…” “Margherita”!”. Margherita è una mugnaia. Il suo problema è che ha delle cose da dire, perché non è mai stata ascoltata da nessuno e non si conosce tutta la verità su quello che le è accaduto, se ne conosce solo una parte. Lei chiede giustizia. Vuole che si sappia la verità.
…Devi sapere che mi regalarono “Il Vangelo di Aradia” diverso tempo fa, ma pensai che fosse un regalo assurdo per me e lo misi via senza leggerlo. Un giorno mio marito mi dice “andiamo al lago” e non avendo libri da portare presi questo libro dove in pratica c’è una specie di filastrocca che parla di “lucciole e del pane del re”. M’è venuto un brivido e mi son detta: “cavolo, ‘sta qua è una filastrocca che mi raccontava mia mamma quand’ero piccola!”. Allora comincio a leggere e da lì è nato anche il bisogno di fare qualche ricerca sui processi per stregoneria. Contemporaneamente parlavo con Ottavio Adriano Spinelli e gli raccontavo le cose che mi stavano succedendo durante la scrittura di questo testo, e lui poeticamente mi disse “eh cara, ti si sta risvegliando la memoria del grano”. È da qui che viene il titolo del testo.
Il racconto è strutturato sottoforma di verbale di processo. È il processo a Margherita, mugnaia denunciata dal marito per supposta stregoneria. Attraverso le risposte che lei dà all’inquisitore è possibile capire cosa accadeva durante i suoi convegni col demonio (che è presentato come un violinista). Quando lei lo sente suonare il violino, gli corre incontro. È un richiamo irresistibile. È interessante notare che anche se è sotto tortura, lei non soffre poiché il “violinista” la droga con delle erbe, alleviandole i dolori. Così rimane solo l’aspetto poetico, la narrazione dei convegni tra la mugnaia e il “violinista”.
Spero un giorno di riuscire a metterlo in forma di copione per una rappresentazione teatrale.

E tu, Margherita, piccola mia, riesci a sentirmi? Riesci a sentire la mia voce, nonostante sia passato tanto tempo e io sia troppo lontana? È difficile, lo so… La mia voce, nessuno la sente più… questo mi fa stare male, capisci? Nessuno sa più nulla di me, né sa quello che mi accadde… Le faville di me salirono nel buio e io entrai per sempre nel nulla, insieme alle altre faville… Nessuno mi aveva vista, nessuno mi aveva sentita, nessuno sapeva che ero passata di qui. Non era accaduto nulla. Nulla.
Certo, ora intuisci, forse, perché lo seguii… Lui era riuscito a sentirmi, come sono io, proprio come sono; in qualche modo mi aveva riconosciuta: come potevo non essere sua?
“E tu, che odore hai?” mi chiedeva a volte, quando prevaleva in lui la parte di bambino. Aveva un fiuto straordinario. Mi sentiva da lontano, da molto lontano. Allo stesso modo in cui io sentivo la sua musica quando mi suonava. Dico “mi suonava”, perché lui suonava esattamente quello che ero. Quel suono io non lo udivo con gli orecchi: lo sentivo in un altro modo, non saprei spiegare quale. Era come se il sangue cominciasse a scorrere più velocemente e io avessi all’improvviso bisogno di alzarmi in piedi, saltare, correre fuori… Mia madre mi guardava di sottecchi ma non diceva nulla; eppure, mi pare di ricordare il lampo di un sorriso, nei suo occhi chini sulla tela…
“Che ti ha preso, figlia?” mi diceva, “ti ha morso la madre del ragno?” Mi ronzavano le orecchie e mi girava la testa, mi mancava l’aria e mi veniva da piangere e dovevo correr via, fuori.
Lui mi ha sempre trovata.
C’erano momenti in cui pensava che fossi proprio uguale a lui: quando si lasciava rapire da questa illusione si inteneriva. Ma accadeva raramente.
Non era di questo mondo. Io invece sì. Ecco perché io sono morta e lui no.
Se sfogli gli atti del processo, se cerchi di ricostruire la mia storia, forse riuscirai a ricostruirne una parte, ma ti mancherà sempre la fine. E’ per questo che ti sto parlando… Il dolore che senti, questo male nel cuore e nella testa così forte che ti sembra di impazzire, sono io. È il mio silenzio, le parole che non hanno ascoltato, che non hanno sentito… Le cose che non hanno trascritto e che mi avrebbero salvata se loro avessero saputo veramente di cosa stavo parlando. E’ il mio silenzio a urlare, a fare male…
Lui era cattivo seme. Guardati, Margherita, da quegli esseri. La libertà che ti portano ha un sapore terribile che non ti lascia più. Tendevo costantemente a lui che non c’era mai, che quando venne mi oscurò, che non mi resse, che non mi governò perché lui è il contrario della Legge che tutti conosciamo… Chi mi affidò a lui non conosceva la pietà. Davvero, non sapeva cosa fosse… Al centro di me, dove non c’è più nulla, c’era, terribile, lui. Tutto quello che non mi disse, tutto quello che non faceva per me, tutto quello che non faceva con me, tutto quello che non può essere: questo, tutto questo fu il nostro non amore, il motivo della mia morte.
Fu un rogo. Ma non furono loro a bruciarmi. Fui io, a gettarmi tra le fiamme: avrei potuto dirgli di no e non l’ho fatto.


IL TEATRO

Le sirene

Questo testo è uscito in due parti, sui numeri Caos e Il cammino dell’eroe di Bacchanale. È la storia di Arianna: del suo abbandono da parte di Teseo e della sua rinascita grazie a Dioniso, che la trasforma in Dea. Qui è interessante, secondo me, la descrizione delle forme del dolore che può provare un essere umano quando viene abbandonato, lasciato, o respinto da chi ama. È nato come racconto, ma ora è un copione teatrale e sia gli attori maschili che femminili mi hanno detto di aver sofferto in egual misura durante la lettura e lo studio del copione, poiché è lancinante. Per scriverlo, sono andata fin dentro al dolore, quello proprio brutto, che porta alla follia, quel dolore che ti fa pregare di morire per non stare più male.

Per giorni e giorni e giorni, la mia casa è stata tra le labbra e il bicchiere, tra le corde e le dita, tra la mano e la guancia. Per giorni e giorni, ho vissuto per ciò che non avevo. Ho vissuto di desiderio ardente, e per me, desiderare era l’unica prova della mia esistenza. I petali dei papaveri rossi sono stati le falde della mia gonna, il loro lattice amaro la mia velenosa bevanda per non pensare. Ma come si può non pensare a ciò che è tatuato, marchiato a fuoco sull’anima? Non credo a chi dice che il dolore si dimentica. Non credeteci neppure voi. E’ falso.  Ci sono stati giorni in cui mi chiedevo se ero viva. Ora so che, in effetti, non lo ero. Ero una di quegli esseri di confine con un corpo, una forma e una parvenza umana, a cui degli umani manca l’anima. La mia anima era lontana da me, strappata chissà quando, così tanto tempo fa e in maniera così terribile che mi è impossibile ricordarlo. A volte il dolore è così forte da sbalzarti lontano, fuori da te, per non morirne. Non è detto che vi sia ritorno. Così, per sentirmi viva avevo bisogno degli altri. Avevo bisogno di avere sempre qualcuno, intorno, da legare a me, da ammaliare, da succhiare, e di nutrirmi dell’esistenza degli altri per essere ancorata alla realtà.[…]Il filo che teneva legata l’anima al corpo si è staccato, divenendo il cappio in cui strozziamo coloro che diciamo di amare, mentre li illudiamo che sia il filo da seguire per uscire da un tragico intrigo. Quelli come me affascinano gli umani. Di noi, li attrae la nostra capacità di andare oltre a ciò che è reale e definito. Non ha importanza come ci abbiano descritti, con i nomi più favolosi e gli aspetti più strani… Ciò che la gente ama, di noi, è la nostra non forma di creature di confine. Il nostro pericoloso sostare sul baratro, sul limite, sull’orlo dell’abisso, o del burrone

Un thè con Eva

O

Anche questo nasce come racconto ma poi l’ho adattato come copione teatrale. Ne è uscita una commedia molto glamour, molto effervescente, dal sapore “swing”. Infatti il mio sogno sarebbe di trasformarla in musical. Anche qui ho parlato di una amicizia al femminile, questa volta tra Eva (quella del mito cristiano) e una ragazza dei giorni d’oggi.
L’ispirazione mi è venuta un giorno che sono andata al lavoro ed ero un po’ a terra. Una mia collega vedendomi così giù, mi ha abbracciata e mi ha portata a prendere un caffè. Di quell’episodio ricordo la “morbidezza”, specialmente della voce della mia collega. Ho sentito una specie di forma di “cura”, da parte sua: un po’ come se un femminile “sano” (che nel racconto è il femminile originario, rappresentato da Eva) si stesse prendendo cura di un femminile “dolente” (la ragazza infelice). La causa di dolore è data dal fatto che la ragazza, assolutamente goffa e priva di fascino, è innamorata senza speranza. Ma Eva le insegna a scoprire la bellezza che ha dentro e a portarla fuori. È così che poi la ragazza diventa affascinante e conquista l’amore. Il messaggio che ho voluto dare qui, di fondo, è che sei bella non tanto quando rientri in determinati stereotipi, ma quando sei in armonia e in relazione con te stessa. Anzi, ancora una volta, quando fai ciò per cui sei venuta al mondo, quando fai ciò che sei.

“Sei triste, oggi.”
La voce di Eva era simile al ronzio delle api e profumava di miele. Mi accarezzò con le belle mani di colomba. Alzai gli occhi verso di lei e mi sembrava come sempre di guardare il sole, tanto era luminosa.
Il motivo della mia tristezza la turbò e cambiò di scatto umore.
“Dunque ti respinge?” disse, e le sue parole tuonarono nell’aria carica di elettricità come un temporale in arrivo.
Sa essere crudele e cupa come il peggiore dei temporali, la più terribile delle catastrofi.
Non c’è niente che possa offenderla più di un rifiuto verso l’amore.

“Peggio… Non mi guarda nemmeno.”
Eva tornò a sorridere, e sembrò che il sole fosse riapparso tra le nere nubi della tempesta. Anche il cielo di fuori si schiarì, oltre le tende che proteggevano, discrete, la vetrata, dal corso su cui si affacciava la pasticceria.
Assaggiò un pasticcino.
“Di che cosa mi hai detto che si occupa, tesoro?”
“E’ un chimico.”
Socchiuse gli occhi, mentre il bocconcino si scioglieva sulla lingua. Pensava alle mani del pasticcere e al suo profumo di vaniglia e biscotti. Quei “Morsi di cioccolato e mandorle” li aveva preparati la mattina stessa apposta per lei. Ogni tanto, ora, faceva capolino da dietro la tenda arancio che separava il locale dal laboratorio.
Eva sospirò.
“Ah, già… Nostra signora la “Scienza”… La più grande favola dopo la Bibbia…”
Anch’io sorrisi.
“Gli scienziati sono sempre insicuri. Vogliono controllare e verificare, verificare e controllare… Non si fidano mai. Non hanno trovato le prove della mia esistenza e questo, secondo loro, basterebbe a dimostrare che io non sono mai esistita! Cercano “le ossa”… ! Le ossa, capisci?”
Nel dirmi questo si infiammò e diventò più bella che mai.
“Ma guardami… Ti sembro uno scheletro, io?” Addentò un altro pasticcino, questa volta con aria contrita.
“E poi dicono che sono un’invenzione religiosa… Credimi cara, la religione avrebbe fatto volentieri a meno di me, se solo avesse potuto…”
“Beh, io non sono esattamente uno schianto di donna…” azzardai. “Perché un ragazzo così bello dovrebbe guardare proprio me? Andiamo, su, Eva, siamo realisti… Guardami… Sono brutta.”
“Questo non è un problema. Vedi, la Bellezza è raramente intuibile perché è pura. Solo eccezionalmente coincide con la grazia dell’intuizione e di un’apparizione. Nella maggior parte dei casi va appresa e mediata,  perché sono pochi coloro che hanno la capacità di percepirla appieno nell’immediato suo manifestarsi.”
“Ma che cos’è precisamente? In che cosa consiste?” chiesi io.
“E’ difficile da spiegare. La Bellezza non è qualcosa che si spiega, è qualcosa che si sente…” Rimase in silenzio per qualche istante.
All’improvviso di nuovo seria.
Grave.
Pallida.
Era davvero raro vederla così. Intuivo che, in risposta alla mia domanda, nel suo cuore passava ora qualcosa che la coinvolgeva profondamente.
“Sai che cosa è davvero Bellezza? Ciò che ti allontana dal dolore. Ciò che ti allontana dalla paura…” Giocherellò per qualche lungo istante con gli orli del tovagliolino, gli occhi bassi, un gomito appoggiato al tavolino e la mano premuta contro lo stomaco.
Un lungo istante durante il quale non riuscii a distogliere lo sguardo dal suo viso, toccata dall’intensità della sua espressione. Deve averlo conosciuto bene, il dolore. Deve aver conosciuto bene la paura, l’umiliazione, la vergogna, il rifiuto, la maldicenza, e tutte le cattiverie di cui noi esseri umani siamo capaci. Deve averne provate sulla sua pelle, questa donna bella e fine, e piena di calore, e così particolare e probabilmente così perfetta da essere stata creata come prototipo per tutte le altre.
Ma subito dopo era già “oltre”. Era una delle sue caratteristiche più belle: non si fermava mai troppo né per autocompiacersi né per autocompiangersi

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La Stella che brucia l’Italia


Sento ancora i loro passi fuori le mura della città, diventati grida di gioia e applausi e musica. Sono andati via ma io li sento ancora. Sento le loro voci che mi rimbombano nella testa, vedo i loro muscoli affaticati e la loro pelle bruciata dal sole, ascolto le loro parole, i loro racconti, le esperienze, scaldo il mio cuore intorno al fuoco in mezzo a loro, mi commuovo ancora scostando appena il capo perché non mi vedano, e mi sento meno solo, meno solo davanti alla sfida che da aquilano e italiano so di dover affrontare.

Non un esercito, non una moltitudine ma uomini e donne, tante persone con lo zaino in spalla e un sogno nel petto. Rimettere insieme i pezzi del passato, dimenticare le divisioni e i conflitti, salvare il buono che c’è stato, immaginare il nostro futuro, abbracciarlo insieme.

Dal sito “Il Primo Amore”

Sono arrivati nella mia Città e oggi la Città mi sembra meno vuota. Resta la macchia del fuoco acceso nella grande piazza. Il vociare di persone nei bar che già ricordano quei pazzi spuntati dal nulla. La vita che ha riempito di vita questo posto dove vita non c’è. La stella tricolore appesa sulla transenna davanti alla Casa dello Studente, come a dire “l’Italia è qui e con gli Aquilani aspetta la verità”. I fili di lana colorati tesi nella Zona Rossa, fili che ora legano un’esperienza ad un’altra, una lotta ad un’altra, un’emozione ad un’altra, una valle ad un altro Valle. I germogli dei tanti saperi, delle tante idee e testimonianze condivise già si stanno facendo strada spaccando le piastrelle della pavimentazione cittadina. Quei germogli oggi sono tutte le nostre speranze di Aquilani, di Italiani, di sognatori. Quegli abbracci fraterni già mancano al petto ma hanno scaldato e sempre scalderanno i nostri cuori. Oggi, siamo tutti meno soli.

Ricucire l’Italia, questa la missione delle centinaia di persone che hanno camminato per sessanta giorni dai cinque estremi del Paese verso L’Aquila. Rimettere insieme i pezzi della nostra identità. Ritrovarci Italiani, amici, vicini, simili, se volete disperati, ma disperati della stessa disperazione. Rimettere in moto l’Italia e credere così in un futuro migliore.

Questa missione però non ha nulla di rivoluzionario. Il cammino, o meglio, il ritorno al cammino è una reazione prettamente naturale, istintiva, genetica. Ogni essere vivente si mette in moto quando le condizioni che permettevano la sua esistenza in un determinato luogo sono giunte ad esaurimento, che siano nomadi, che siano bisonti, che siano funghi. E l’Italia, non devo certo dirlo io, si trova sull’orlo del precipizio, un baratro, più che economico, culturale. Il nostro è un Paese che si sta spegnendo rapidamente perché non sa più essere terreno fertile per le idee, non offre più le condizioni necessarie per la sopravvivenza dei sogni.

I camminatori di Stella d’Italia questo lo hanno capito, e l’hanno capito prima degli altri. Hanno così deciso di dirigersi verso L’Aquila, una città di confine, una città già sprofondata nel baratro, dove la catastrofe naturale non ha fatto altro che anticipare ai suoi abitanti la catastrofe culturale. Hanno deciso di venire a vedere il fondo, il limite ultimo del degrado. I camminatori di Stella d’Italia hanno viaggiato, e continueranno a farlo, perché non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

Viaggiare non è altro che andare alla ricerca delle condizioni che permettano la vita, una vita migliore. Si intraprende un viaggio perché si immagina, perché si sente, che queste condizioni esitano. Viaggiare, in fondo, è il primo atto creativo.

I camminatori di Stella d’Italia lo hanno capito, hanno sentito la catastrofe, si sono messi in viaggio. Oggi, che la città è vuota, sta a noi Aquilani avere il coraggio di prenderne coscienza. Oggi, che la Nazione è un’entità vuota, sta a voi Italiani mettere da parte le paure e armarvi di speranza. Oggi, che i camminatori ci hanno mostrato la strada, sta a tutti noi, Aquilani e Italiani, imbracciare lo zaino e partire uniti per il nuovo cammino.

Sento i loro passi che si allontanano dalle mura della mia città, eppure, oggi mi sento meno solo. Domani, sono certo, arriveranno già alle porte delle vostre città. Uscite di casa. Spalancate le vostre braccia. Seguiteli. Tornate a camminare. Vi sentirete meno soli.

[Video di Valeria Tomasulo]

09/07/2012

Chiappanuvoli