Macbeth di Justin Kurzel


set_macbeth_michael_fassbender_marion_cotillard.jpgIl mito di re Macbeth torna al cinema in una nuova versione filmica, riadattata ai nostri giorni. La tragedia breve di Shakespeare rivive nei visi e nelle movenze di Michel Fassbender e Marillon Cotillard, perfetti interpreti di un dramma umano, che unisce l’eroismo epico alla più lucida e folle brama di potere.

La trama si snoda seguendo il percorso già solcato da Shakespeare e narra del valoroso guerriero Macbeth, che dopo aver riportato un’eroica quanto insperata vittoria contro il traditore Macdonwald acquista una gloria inaspettata e sofferta.

Le figure fondamentali che profetizzano la sua ascesa al potere sono le tre streghe, (le norne della tradizione norrena) che dal momento della loro apparizione sussurrano nell’aria sporca le loro predizioni. Parole enigmatiche e bellissime che narrano di fasti infiniti e gloria eterna. Tre donne sfregiate e ambigue, che appaiono come visioni nella mente traumatizzata del protagonista e di Banquo.

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E’ un’opera ibrida quella presentata da Justin Kurzel, un misto quasi perfetto tra la rappresentazione moderna di un medioevo violento ambientato in spazi filmici teatralmente classici. I dialoghi tra i personaggi seppur ridotti, non sono stati totalmente modificati e mantengono immutata la carica innovativa delle figure retoriche da cui hanno origine.

Lady Macbeth è l’emblema della madre sterile, la peccatrice universale che seduce ed induce il suo uomo al regicidio. Una figura spietata e crudele che crolla e si spegne sotto il peso folle dei suoi stessi crimini.

Macbeth è il perfetto “eroe barocco” che ondeggia tra la precarietà e l’incertezza dell’essere. Corrotto e spinto da una donna crudele, ambiziosa e perfida agisce cedendo e perdendosi nella più spietata sete di potere al trono di Scozia. Sotto la spinta della moglie, l’uomo si disumanizza a tal punto da perdere ogni forma di pietas.

Una particolare menzione va alla fotografia accuratamente sulfurea, dove i personaggi si muovono come tante pedine dentro ad una scacchiera predestinata, sotto un cielo mai solare, ma avvolto da una cortina impalpabile e nebbiosa: simbolico presagio di morte imminente.

Un’opera questa che in parte ricalca la tragedia del teatro greco, ma lascia la sacralità del coro alla lirica epica.

Un film che nasce nella polvere e si conclude nella cenere, lasciando spazio ad un effimero quanto lontano perdono.

Christian Humouda

Le sfumature dell’anima di Ksenja Laginja


Ksenja by Giulio De Paoli

“Giulio De Paoli ph” 2015

Benvenuta su Words Social forum Ksenja

“La tua carriera artistica nasce sul tavolo da disegno, ma come sei passata dalle linee rette del  tecnigrafo a quelle morbide e sfumate dei tuoi lavori?”

Innanzitutto ti ringrazio, Christian, per questo splendido invito e ringrazio WSF, cara creatura, per l’ennesima ospitalità. Non ho mai vissuto passaggi e paesaggi così netti dacché ricordi. Sono partita dalle linee fluide per approdare al rigoroso silenzio della linea retta, poi tutte queste sfumature si sono sovrapposte in prospettive, assonometrie e ogni confine è caduto. Ho mischiato rette e sfumature perché entrambe mi compongono da sempre e continuo a seguire questo percorso. La linea, l’architettura sono il tutto, questi elementi sono rintracciabili ovunque e in queste terre tutto è possibile. Amo le linee rigorose, le figure geometriche, i tagli, le ferite e amo la fluidità della carne e dei liquidi biologici; tutto è rappresentabile e sviscerabile, anche le emozioni.

E credo non esistano confini precisi tra queste due visioni, o almeno mi piace pensare ciò.

“La contaminazione intesa come invasione di uno spazio da un corpo estraneo è particolarmente presente nei tuoi lavori. L’impressione che traspare dalla lettura dei tuoi testi poetici e dalle tue illustrazioni è una volontà di non isolamento nei confronti del nuovo, cosa apportano questi corpi estranei al tuo modo di creare?”

Questi corpi di carta, inchiostro, pixel e idee, rappresentano l’incontro dell’Io con ciò che vedo e vivo ogni giorno. L’isolamento non mi serve, se non nell’attimo in cui rappresento tutto ciò. Lì sono da sola. Ed è una fase delicata in cui mi chiudo per limare e asciugare tutta questa complessità di intenti. In ogni cosa che faccio cerco la semplicità. Non amo scrivere in “maniera complessa” perché non amo chiudermi di fronte alle persone, ed è bello quando chi ti ascolta, vede o legge di te, riesce a entrarci dentro, a sentire qualcosa. Nel disegno mi muovo sempre attraverso le visioni, ma in modo un po’ differente: qui posso lasciar fuoriuscire il nero che non riesco o non voglio incanalare nella scrittura. Questi corpi “estranei” arricchiscono il mio mondo, sono i figli prediletti che mi completano.

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IL “FOOL” DENUDA IL RE


I am but a fool, look you, and yet I have the wit to / think my master is a kind of a knave”.

“Non sono che un matto, guardate, tuttavia ho abbastanza senno per credere che il mio padrone sia una sorta di furfante”


Da sempre la satira ha inteso colpire il potere e tutti i suoi rappresentanti. Il suo scopo è la denuncia, lo smascheramento della realtà del mondo e del male che in esso agisce, dei vizi e dei difetti, della verità che giace sotto le apparenze. La satira non è mai stata benevole, non ha mai fatto sconti, ha sempre voluto distruggere convenzioni. Ma il potere non sta a guardare e si difende ridicolizzando chi gli si oppone con il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale.

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Simon Wiesenthal, ingegnere, scrittore e antifascista austriaco sopravvissuto all’Olocausto, nelle sue memorie («The sunflower», 1970) racconta degli ebrei impiccati dai nazisti nella piazza di Lemberg, a cui “un buontempone… attaccò a ogni corpo un pezzo di carta con su scritto ‘carne kosher” ( carne conforme alla legge).

Per giorni, i cittadini di Lemberg risero dei prigionieri dei campi di concentramento che i nazisti portavano a lavorare in città, perché «vedevano in quegli ebrei altra carne kosher a passeggio».Così, la massa prendeva le distanze dalle vittime. Così, si partecipa al divertimento sadico del violento.

Shakespeare attribuisce ai suoi cattivi (Iago, Shylock) lo stesso humor crudele per definire la loro immoralità e smascherare il potere e la sua disumanità. Nelle sue opere nessun tema viene risparmiato: il sacro, il profano, la politica, la religione, il sesso e la morte. Tutto da smascherare, da mostrare contraddittorio, ad opera di un fool, l’idiota-furbo, il saggio-stolto, che criticava le azioni dei potenti, mostrando, attraverso il linguaggio un potenziale sovversivo: portare gli altri alla comprensione del reale grazie alla follia.

Touchstone di As you like it e Feste di Twelfth Nigh sono i fools più riusciti e originali, investiti dal Re del loro statuto di “mattatori” di corte.

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Shakespeare: lo specchio della vita di Angelica D’Alessandri


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“Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo quello che potremmo essere”.
— Ofelia, Amleto Atto 5, scena 4

Così parla la follia di Ofelia. Ci troviamo in un castello, ad Elsinore. Una donna impazzisce, e si riflette sul nulla. Una realtà marcia, come lo stato di Danimarca. Ed è proprio in faccia a Claudius che dice questa frase, quasi a volerlo sfidare. Canta della morte del padre e dell’amore infranto con Amleto. Come un’immagine speculare, Ofelia ha subìto la sua stessa perdita, e da questo sgretolamento di se stessa, si mostra per ciò che è. E’ diventata lo spettro che teneva nascosto.
Questa frase è la descrizione dell’umanità.
Non sappiamo chi potremmo essere, né conosciamo le azioni che le circostanze ci porteranno a compiere; è in questo modo che il principe di Danimarca si trova smarrito, vittima del suo destino.

Amleto. Si guarda allo specchio e cerca di capire chi è. Questo è il più grande dei quesiti: “Chi o COSA siamo?”
Ecco una delle tante domande a cui Shakespeare ci sottopone, le stesse che dobbiamo risolvere quando ci immergiamo nelle sue opere.

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E’ proprio di questo specchio che voglio parlare, di un riflesso. I personaggi di Shakespeare siamo noi, protagonisti della nostra vita.
Un rapporto tra padre e figlia, la vendetta, l’incertezza, la scoperta, la gelosia, la perdita e il tradimento diventano un’esperienza personale. Sanno di realtà.
Anche se i personaggi si trovano in un’epoca diversa, è come se il tempo non ci fosse, e li sentiamo qui, vicini, come una porta che collega due mondi.
Le opere di Shakespeare non sono soltanto un’espressione artistica, ma vere e proprie proiezioni di quello che siamo e che potremmo essere.

Amleto è incerto, titubante. Un riflesso di luce scruta al suo interno nel momento in cui si pone delle domande. Cos’è lui davvero? E’ disposto ad andare contro la sua natura e seguire il volere di uno spettro? si ferma, e pensa. E durante tutta l’opera cambia.
Ed è proprio davanti ad uno specchio che si ritrova a recitare “To be, or not to be” nella rappresentazione dell’Amleto di Branagh. La scelta di questo elemento non è un caso. Mentre scruta la superficie riflettente vuole scoprire se stesso. La stessa cosa vuole fare Shakespeare, con la proiezione di scene quotidiane dentro contesti del tutto estranei allo spettatore. Da qui vediamo che la stanza di un castello si trasforma in una casa qualsiasi, dove non ci sono principi, ma persone spogliate delle loro scorie, per esprimere le debolezze tipiche di ogni essere umano.

Un’opera in cui non importa ciò che accada, il protagonista è vittima del suo destino, viene trascinato dagli eventi, fino a rimanerne scioccato, per poi lasciarsi andare al corso della vita, che in un certo qual modo ha distrutto lui stesso. Quante volte ci facciamo trasportare dalle emozioni, così tanto da rovinare quello che invece volevamo tenere stretto a noi, come un fiore che nessun altro ha il permesso di toccare?
E’ in questo modo che Shakespeare espone la vita, prima crea personaggi veri e vivi, e poi li sgretola, fino a mostrare la loro nudità, come esseri fragili ma allo stesso tempo consapevoli, pedine che giocano in un intreccio senza fine.

L’intreccio si lega alla nostra quotidianità, per fare questo Shakespeare si serve di personaggi di ogni tipo, e in un misto di cose e caratteristiche differenti troviamo la rappresentazione della nostra vita.
Una delle tipiche rappresentazioni è quella dei personaggi femminili, che occupano ruoli secondari, ma ogni donna presente in queste opere non osa mai essere passiva, al massimo ubbidiente. Così è la stessa Ofelia, che alla predica fattagli dal fratello, sul vietargli di vedere Amleto, risponde con una frase cordiale ma pungente, anche se dopo sarà costretta a cedere sommessa al volere del padre. La voglia di rompere i limiti che i suoi le hanno imposto scoppia nella follia. Questa stessa follia è quella che scatta ogni volta che una donna è maltrattata, costretta, rinnegata. Shakespeare evidenzia fatti sociali oltre che artistici, che si ripercuotono, speculari, fino ai giorni nostri. Lo confermano altri personaggi trattati da Shakespeare, come per esempio Ermione di Il racconto d’inverno, e Lady Percy in Enrico IV.
La prima è costretta a sottostare all’eccessiva gelosia del marito, che la imprigiona dopo averla accusata di adulterio. Ermione da parte sua, anche se in condizioni pietose, riesce sempre a mostrare dignità e forza interiore.
Lady Percy invece vorrebbe sapere, essere partecipe della destinazione del marito, ma la collaborazione non viene accettata. La denigra affermando di non amarla, per poi dirle che non si fida di lei, perché donna.
Una donna che lotta per la sopravvivenza, senza mai darsi per vinta. Un’altra che aspetta con pazienza il marito andato in guerra, che non tornerà mai più.

Quanti dibattiti farebbero aprire questi episodi al giorno d’oggi? Shakespeare analizza la società. Quello che ci propone non è estraneo.
Qualsiasi persona che incrocia il nostro sguardo potrebbe essere Amleto, Ofelia, Ermione, Prospero. Si mischiano a noi, come il vapore di una stessa nuvola, e danno vita a quello che altrimenti sarebbe rimasto nel nulla: un riflesso della nostra esistenza, finalmente riportato alla luce.